Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

Editoriale. Il vuoto

Questo editoriale nasce da una domanda semplice: che cosa è davvero il sentimento di vuoto? Non solo quello della tristezza o della depressione, ma quel vuoto che attraversa le giornate, gli sguardi, le relazioni. Proviamo a fermarci un momento ad ascoltarlo: potrebbe raccontarci più di quanto immaginiamo.

Il vuoto nella vita di tutti i giorni

La vita attuale ci impone sfide e preoccupazioni. In tutti gli ambiti sociali, lavorativi e familiari si osserva una fatica diffusa, un peso silenzioso che spesso non riusciamo a identificare. In un istante compare il sentimento di vuoto: quel senso di mancanza che accompagna a volte le nostre giornate. Sentiamo il vuoto che cerchiamo di riempire con osservazioni banali, ma che descrivono le esperienze quotidiane della nostra vita. Il sentimento di vuoto si può presentare all’improvviso in un sorriso che manca, in uno sguardo che si abbassa, in una parola gentile che non arriva. Quanti vuoti sarebbero colmati da un gesto di tenerezza, una piccola gentilezza, dalla dolcezza di uno sguardo.

Il vuoto nelle relazioni e nel giudizio

C’è un’assenza di contenuto particolarmente doloroso che abita nelle persone dedite al pettegolezzo, alla denigrazione, a ironie crudeli. Dietro parole dure e giudizi feroci spesso si nasconde un’assenza profonda, difficile da riconoscere, prima ancora che da curare.

Il vuoto spesso colpisce chi prende cura della sofferenza dell’altro. Il senso di assenza di contenuto che avvampa il medico o il terapeuta quando si smarrisce durante un colloquio che dovrebbe essere curativo. Il vuoto può diventare una risorsa su cui lavorare entrando in empatia nell’altro. È un sentimento universale che probabilmente abbiamo vissuto tutti durante la cura.

Il vuoto del tempo dei ricordi

L’assenza che si insinua nella mente di un anziano che si trova sempre più solo, e che cerca di riempirlo di ricordi quasi sempre dolorosi.  Questi ricordi smarriscono, preoccupano e che spingono verso prospettive limitate che a loro volta incrementano tale vuoto. 

È il vuoto del giovane che guarda al proprio futuro spaventato da un presente che non lo rassicura, non offrendogli con certezze. È il vuoto di un nostro ragazzo che cerca di trovare rimedio cercando di riempirlo con sostanze, con comportamenti impulsivi, con scelte rischiose.

Il silenzio e le assenze

Esiste il vuoto che ha il suono del silenzio anche in uno stadio pieno. Esiste il vuoto un mancato sorriso, di un saluto negato. C’è quello di chi aspetta qualcuno che sa che non tornerà più. C’è il vuoto di una casa silenziosa, attraversata da voci interiori che sembrano animarla, con voci silenziose che narrano di paure, abbracci e sorrisi.  Si cerca di riempire questo vuoto con la rabbia, con parolacce, con insulti, con lacrime, con parole non dette e abbracci non dati.

È il vuoto della mamma che guarda la stanza della ragazza che è andata via. Ed è il vuoto della ragazza che alza lo sguardo dai libri e che guarda fuori dalla finestra alla ricerca dei sorrisi lasciati in quella stanza. Allora ci si aggrappa al banale, a un ricordo apparentemente insignificante, a un pensiero semplice, a un ricordo banale, a un pensiero banale.

Il banale terapeutico

Proprio con queste esperienze banali il vuoto può esser riempito. Quanto può esserci utile quel banale? Può diventare il nostro eroe banale riempiendo il vuoto. L’improvviso ricordo dell’amico che ci induce a inviare un “banale” messaggio di buongiorno. Oppure un semplice:” Come stai?”   

La semplicità banale di un editoriale maldestro e sconnesso può riempire questo vuoto. La gentilezza di un sorriso che lo legge; la paura di finire, di lasciare, di non rivedere. Il vuoto può dare forza all’umiltà, al gesto condiviso, al ricordo piacevole. Il vuoto si riempie del banale. E solo in questo modo seppur restando vuoto determina il sollievo dell’esserci, dell’esistenza, dell’amico, della persona che tuttavia resta affianco e dentro di noi.

Il fenomeno dell’assenza di contenuto

Gli operatori della salute mentale sono abituati a rapportarsi con il vuoto dei loro pazienti. Esso è presente in diversi disturbi, come dei disturbi dell’umore, nelle depressioni, negli stati misti, nei disturbi di personalità. I redattori della rivista Depressione Stop spesso ne hanno parlato quando hanno dedicato le loro pagine a questi disturbi. Il fenomeno del vuoto è diventato famoso nel periodo pandemico come espressione principale del disagio vissuto soprattutto dai giovani. Gli esperti hanno parlato di fluidità, di precarietà, di inquietudine per cercare di catturare l’essenza del vuoto. Bisogna ricordare che il sentimento del vuoto non è depressione. Può esserne un segnale, un campanello d’allarme, un punto di partenza per chiedere aiuto e per iniziare un percorso di cura.

 Abitare il vuoto senza paura

Il nostro vuoto non è solo un nemico da combattere, ma una opportunità da ascoltare. Il vuoto non è solo mancanza ma anche la base per desiderare, anche attraverso il ricordo malinconico di momenti felici. Possiamo provare a non riempirlo soltanto con la rabbia o con le fughe, ma anche con gesti semplici, relazioni sincere, piccoli atti di cura quotidiana.

Forse il vuoto non sparirà del tutto. Ma, se impariamo ad abitarlo, a condividerlo e a nominarlo, potrà diventare un luogo in cui ricominciare a sentirci vivi, presenti, insieme.

Francesco Franza

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