Come la sofferenza bussa alla porta
Chi attraversa una depressione, soffre di attacchi di panico, convive con un disturbo alimentare, con pensieri ossessivi o con altri sintomi psicopatologici. Raramente si pone una domanda sul significato del proprio sintomo. La richiesta, profondamente umana, espressa ai curanti, è quasi sempre la stessa: «Vorrei che non ci fosse».
Questo desiderio, di liberazione, è naturale quando il dolore invade ogni area della vita quotidiana, svuota di significato ciò che prima dava piacere o costringe a pratiche estenuanti. Proprio per rispondere a questa richiesta, oggi conosciamo e possiamo utilizzare trattamenti farmacologici e psicoterapeutici che migliorano in modo significativo la qualità della vita di molte persone. Eppure, è necessario porsi anche una domanda meno immediata, ma ugualmente importante: Perché proprio quel sintomo? Perché non un altro?
Nell’osservare i sintomi soltanto come errori da correggere, questa domanda rischia di rimanere senza risposta. Se, invece, provassimo a considerarli come parte della storia di una persona, potrebbe aprirsi una nuova possibilità di comprensione (Mc Williams, 2021). Non sono eventi casuali o privi di senso. Sono strategie della mente per fronteggiare qualcosa che, in un determinato momento della vita, è stato vissuto come troppo doloroso, troppo minaccioso o troppo difficile da elaborare.
Il sintomo: quando la mente cerca una soluzione
La proposta può apparire paradossale. Come può un sintomo che fa soffrire essere stato, in precedenza, una forma di protezione? La risposta consiste nel riconoscere che, prima di trasformarsi in una fonte di sofferenza, quel modo di funzionare può avere rappresentato il miglior tentativo possibile dell’apparato psichico. Essa ha lo scopo di mantenere un equilibrio, seppur fragile.
Un’immagine che può tornare utile è ciò che accade quando è necessario immobilizzare un arto, a seguito di una grave frattura. L’immobilità limita il movimento e crea disagio, ma svolge temporaneamente una funzione protettiva. Se però il gesso, o il tutore, non viene rimosso una volta che la frattura si è ricomposta, finisce per diventare esso stesso un impedimento all’individuo nel muoversi normalmente.
Già Sigmund Freud (1926), nel suo “Inibizione, sintomo e angoscia”, osservava che il sintomo non nasce dal caso. Pur essendo fonte di sofferenza, esso rappresenta un tentativo di soluzione a un conflitto interno. Esso è una modalità attraverso cui l’apparato psichico cerca di contenere emozioni, desideri o esperienze che non riescono a trovare un’altra via di espressione.
La psicoanalisi contemporanea ha ulteriormente sviluppato questa intuizione: il sintomo non è semplicemente irrazionale, anzi possiede una sua logica, anche se spesso non è immediatamente visibile. Può aiutare a tenere lontane emozioni percepite come insopportabili, offrire un senso di controllo quando tutto appare caotico. Può proteggere da esperienze di perdita, vergogna o rifiuto, oppure esprimere attraverso il corpo ciò che ancora non riesce a essere pensato o raccontato con le parole.
Ed è proprio questa la domanda operativa sul significato del sintomo che può trasformare la cura. Da un intervento rivolto esclusivamente a eliminare ciò che fa soffrire, a un percorso capace di comprendere anche ciò che quel sintomo, silenziosamente, ha cercato di custodire (Lingiardi e Mc Williams, 2018).
Quando il sintomo cambia volto
Se il sintomo rappresenta un tentativo di adattamento, allora la domanda non è più soltanto: Perché esiste? Ma anche: Perché assume proprio quella forma?
Per alcune persone prende la forma della depressione. Il ritiro dalle relazioni, la perdita di interesse, la rinuncia ai desideri, possono rappresentare un modo, doloroso e comprensibile, di ridurre l’esposizione a un dolore insostenibile. Per altre, invece, il sintomo si esprime attraverso il corpo (Mc Dougall, 1989). È ciò che accade, ad esempio, nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
Una giovane donna con anoressia, durante una seduta, parlando del suo evitamento specifico di un alimento fobico, mi ha detto: «Non mangiarlo è il mio sigillo d’amore con la malattia».
Per chi osserva dall’esterno, queste parole possono apparire sconcertanti. Come può una malattia essere associata all’amore? Negli anni il sintomo era diventato una presenza costante, una relazione silenziosa, il luogo in cui trovava un senso di continuità quando tutto il resto sembrava frammentarsi. Quel controllo rigoroso sul corpo, quella voce severa che le imponeva regole sempre più rigide, quella lotta quotidiana con il cibo erano diventati, paradossalmente, una vitale opportunità salvifica. Erano anche il modo con cui cercava di tenere insieme parti di sé che rischiavano di andare perdute.
Il digiuno può apparire semplicemente come un comportamento irrazionale; l’abbuffata come una perdita di controllo; il vomito come un gesto incomprensibile. Ma chi lavora clinicamente con queste persone scopre presto che il sintomo possiede quasi sempre una funzione. Il controllo del cibo può offrire un’illusione di stabilità quando il mondo emotivo appare imprevedibile. L’abbuffata può interrompere, anche se solo per pochi minuti, emozioni che sembrano intollerabili. Le condotte compensatorie possono attenuare un senso di colpa o di angoscia che la persona non riesce ancora a comprendere.

Curare il sintomo o curare la persona?
Il sintomo, non desiderabile e talvolta neanche desiderato, può trasformarsi in un legame così profondo da rendere spaventosa l’idea stessa di separarsene (Mc Williams, 2012). Ecco perché, quando una persona arriva in terapia, è necessario porsi una domanda: Che cosa accadrebbe se eliminassimo il sintomo senza comprendere la funzione che ha svolto fino a quel momento?
Ritornando all’immagine utilizzata in precedenza, immaginiamo una persona che, a seguito di una frattura, cammina aiutandosi con una stampella. Nessuno desidererebbe usarla più del dovuto, ma nessun medico la toglierebbe il giorno dopo una frattura, semplicemente perché rappresenta un impedimento. Lo farebbe solo avendo la certezza che la gamba, da sola, possa sostenere il peso del corpo.
Molti sintomi funzionano come stampelle emotive, nella vita psichica. Se vengono rimossi senza che la persona abbia costruito nuove risorse interne, il dolore che il sintomo cercava di contenere può ripresentarsi nella stessa forma. Oppure può assumere un volto diverso. Questo non significa che i sintomi debbano essere mantenuti, naturalmente, ma la terapia non può limitarsi a toglierli, nonostante la persona lo chieda esplicitamente. Prima è necessario che essa sia stata aiutata a sviluppare ciò che, seguendo la metafora, potremmo chiamare una nuova muscolatura psichica.
Oltre il sintomo: quando la cura restituisce libertà
Nessuno dovrebbe essere lasciato solo nella propria sofferenza e la remissione sintomatica rappresenta un obiettivo imprescindibile della cura. Ma, in una prospettiva psicodinamica, la guarigione non coincide semplicemente con la scomparsa del sintomo. Coincide con la possibilità di non averne più bisogno.
Forse è proprio questo il significato più profondo della cura: non convincere qualcuno ad abbandonare la propria stampella. Non bisogna spezzare con forza quello che una giovane donna aveva definito il suo “sigillo d’amore”. Ma accompagnarlo, lentamente, a costruire relazioni, significati e risorse interiori tali da rendere quella stampella sempre meno necessaria e quel legame sempre meno indispensabile. Perché nessuno rinuncia spontaneamente a ciò che, almeno per un periodo della propria vita, gli ha permesso di restare in piedi e continuare a camminare.
Solo quando quella protezione non è più necessaria, il sintomo può, finalmente, lasciare il posto a qualcosa di nuovo. Alla libertà di scegliere modi diversi, più vitali e più autentici, di stare al mondo.
Silvia Del Buono
Ospite di redazione
Bibliografia
- Freud S. Inibizione, sintomo e angoscia. Opere. Torino: Bollati Boringhieri; 1926.
- Lingiardi V, McWilliams N, editors. PDM-2. Manuale Diagnostico Psicodinamico. Milano: Raffaello Cortina Editore; 2018.
- McDougall J. Teatri del corpo. Milano: Raffaello Cortina Editore; 1989.
- McWilliams N. La diagnosi psicoanalitica. 2nd ed. Milano: Raffaello Cortina Editore; 2012.
- McWilliams N. La formulazione del caso in psicoanalisi. Milano: Raffaello Cortina Editore; 2021.
Foto: Envato Elements







