Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

Il ruolo dei caregiver. Tra sensi di colpa e mania di persecuzione

Questo articolo esplora il complesso ruolo del caregiver, spesso logorante, specialmente quando la persona assistita sviluppa sospetti o deliri. Viene evidenziato come non sia utile negare le manifestazioni deliranti, ma piuttosto fondamentale ridurre l'ansia che le alimenta attraverso attività calmanti. La condivisione di esperienze con altri caregiver e il supporto professionale sono presentati come strumenti essenziali per gestire il carico emotivo. Il testo sottolinea inoltre l'importanza di ritagliarsi spazi personali e di chiedere aiuto, trasformando la fatica in nuova energia e garantendo un'assistenza più serena ed efficace.

Introduzione

Con il termine caregiver ci si riferisce a tutte le persone che si prendono cura in modo continuativo di un familiare, amico o paziente non autosufficiente. La persona assistita non è in grado di provvedere a sé stessa a causa di problematiche legate a invecchiamento, patologie croniche di carattere fisico o psichico. Il ruolo del caregiver è intrinsecamente complesso quando la persona assistita manifesta sensi di colpa o mania di persecuzione. Comprendere le dinamiche psicologiche sottostanti e adottare strategie di gestione adeguate diventa fondamentale per preservare il benessere di entrambi (Chen et al. 2024).             

Il ruolo del caregiver

Prendersi cura di una persona non autosufficiente significa entrare ogni giorno in un mondo fatto di emozioni intense e situazioni imprevedibili. Chi si assume questo compito, spesso per un familiare o un caro amico, scopre ben presto di dover convivere con un senso di responsabilità. Esso può trasformarsi in un peso difficile da sopportare. La paura di non fare abbastanza, il rimpianto per atteggiamenti passati, la stanchezza: il caregiver si sente sospeso tra dovere e compassione.

Tra gli ostacoli più insidiosi che emergono c’è il senso di colpa. Non è raro che chi assiste si conceda un momento di riposo o cerchi uno spazio per sé stesso. Solo, poi, per scoprire che quel breve sollievo si trasforma in un rimorso che non trova requie. Perfino reagire con rabbia o frustrazione diventa terreno fertile per nuove recriminazioni: “Come posso essere arrabbiato con lei?”. Oppure “Forse se fossi stato più presente non saremmo arrivati a questo punto” (1).

Quando la realtà si distorce

È un gioco senza regole, dove ogni mossa sembra condurre a una sconfitta interiore. Se poi la persona assistita comincia a nutrire idee di persecuzione, la situazione si complica ulteriormente. Immaginare di essere spiati, avvelenati o traditi da chi ti sta accanto non è soltanto un pensiero folle: è uno stato mentale che impedisce ogni forma di dialogo. Il caregiver, si ritrova a fare i conti con la propria impotenza, mentre un clima di sfiducia cresce in casa. Ogni parola sembra innescare nuova rabbia o profonda tristezza. In questi momenti la vera sfida diventa mantenere la calma.

Bisogna cercare di comprendere che non si tratta di attacchi personali, bensì di sintomi di una malattia che altera la percezione della realtà. Non serve smentire il paradosso del delirio, ma piuttosto è utile provare a calmare l’ansia che lo alimenta. Si reindirizza l’attenzione verso un ricordo sereno o un’attività che riporti un po’ di leggerezza. È come camminare su di un filo: un passo falso e la tensione si riaccende, un colpo d’aria e tutto ricomincia daccapo (1).

Il peso dell’emotività nel caregiver

Spesso il caregiver (chi assiste) si sente intrappolato in una dinamica che somiglia a un ricatto emotivo. Esso condiziona il caregiver con la minaccia silenziosa di un peggioramento improvviso e la disperazione mostrata come un’arma per negare ogni autonomia. Fino a far credere che l’unico modo per salvare la persona amata sia restare a sua completa disposizione. È un meccanismo sottile, che schiaccia la volontà e riduce gli spazi personali a un ricordo sbiadito.

Riscoprire il sostegno

Nonostante tutto, è proprio la consapevolezza di non essere soli a fare la differenza. Parlare con altri caregiver, confrontarsi in gruppo, scoprire storie simili alla propria aiuta a demistificare il senso di colpa e a trovare soluzioni pratiche per alleggerire il peso quotidiano. E lo stesso vale nel rivolgersi a un professionista. Un colloquio con uno psicologo o il supporto di un assistente sociale possono fornire strumenti concreti per gestire le accuse paranoiche e il carico emotivo che le accompagna (2).

Prevenire il burnout del caregiver ritrovando sé stessi

È importante imparare a chiedere aiuto, perché continuare da soli rischia di portare dritti al burnout, quello stato di esaurimento in cui ogni energia sembra dissolta. Concedersi una pausa, andare a camminare, leggere un libro o semplicemente restare in silenzio può sembrare un lusso. Ma in realtà è un investimento indispensabile per continuare a prendersi cura dell’ammalato con dignità e affetto.

 Quando il caregiver riesce a conservare uno spazio di respiro personale, ristabilisce un equilibrio che si riflette positivamente anche sulla persona assistita. Il rispetto dei propri limiti, la capacità di accettare le emozioni e di vedere oltre il sintomo paranoico permettono di restituire un’assistenza più serena e con poca tensione.

In fondo, il ruolo di chi assiste è un atto d’amore che non deve diventare prigionia. Coltivare relazioni, mantenere vivi interessi personali e chiedere una mano non è un tradimento, ma la chiave per continuare a offrire sostegno senza consumarsi. È un percorso di consapevolezza che insegna a trasformare il senso di colpa in motivazione, il sospetto in comprensione, e la stanchezza in forza nuova (3).

Storia di Sara

Sara si trova a fare i conti con un padre malato di Parkinson, diagnosticato da oltre cinque anni. Lavora da remoto, alterna call di lavoro e cure, e non ha più fine-settimana liberi. Ogni volta che qualcuno propone una gita o un incontro, pensa a quanto sarebbe difficile gestire le oscillazioni motorie di papà lontano da casa.

Nel progetto Alma-Aging dell’Università di Bologna, Sara ha deciso di raccontare la sua storia. Il fine è quello di dare voce a chi, come lei, vive il caregiving giorno e notte senza troppi riconoscimenti. Ha descritto la difficoltà di trovare un equilibrio tra la dignità del padre – che rifiuta ogni aiuto – e la propria salute psicofisica. Essa è messa a dura prova dall’insonnia e dai sensi di colpa. Attraverso le interviste narrative raccolte, si è resa conto che la solitudine è il problema più diffuso. Sentirsi l’unica persona responsabile di un malato giovane, spesso autosufficiente solo a tratti, pesa quanto la malattia stessa (4).

Conclusioni

Il caregiver è un pilastro di empatia e resilienza. Imparare a gestire sensi di colpa e deliri con strategie mirate, col sostegno di gruppi e professionisti, aiuta a preservare la propria salute mentale e a garantire un’assistenza efficace e dignitosa. La consapevolezza che non si è soli e che esistono risorse di supporto è un messaggio fondamentale per ogni caregiver che si trovi ad affrontare queste sfide.

Antonio La Daga

 Bibliografia

  1. Chen L, Wang Y, et al. 2024 The Interplay of Guilt, Burden, and Self-Efficacy in Predicting Mental Health Outcomes Among Informal Caregivers of Individuals with Dementia-Journal of Applied Gerontology.

Sitografia

  1. Confalonieri L. (2024) “Caregiver: il peso della cura e la necessità di un supporto psicologico”. 2024. State of Mind in Therapy https://www.stateofmind.it/2024/12/caregiver-suporto/
  2. Montanari G (2015). Occuparsi di chi soffre di demenza: il carico soggettivo del caregiver. State of Mind. https://www.stateofmind.it/2015/12/demenza-caregiver-psicologia/
  3. Agradi M. (2023)  “Caregiver burden: vissuti emotivi e fatiche del prendersi cura” 2023- State of Mind. https://www.stateofmind.it/2023/05/caregiver-burden/

Foto: Envato Elements

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