Introduzione
La costruzione dell’identità è un processo che dura tutta la vita. L’identità personale non è qualcosa di statico e acquisito ma qualcosa di dinamico. A formare la nostra identità concorrono molteplici fattori: psicologici, biologici e psicosociali, ambientali e culturali (Gilbert & Gottlieb, 2007). In questo breve excursus affronteremo gli aspetti della costruzione dell’identità personale usando come pretesto le opere di un famoso artista visivo: Isaac Julien.
La costruzione dell’identità personale e culturale inizia dall’infanzia e dal rapporto con le figure di riferimento.
Tra i fattori individuali che costruiscono nel tempo la nostra identità personale vi sono le esperienze di vita e la costruzione narrativa delle stesse. I fattori relazionali legati alla costruzione dell’identità sono gli aspetti familiari, di attaccamento ed educativi. Ultimi, gli aspetti sociali: esperienze sociali, appartenenza ad un gruppo culturale, cultura di riferimento etc.
All’adolescenza si arriva attraverso crisi e integrazioni con il mondo esterno. In età adulta la costruzione dell’identità si integra di nuove esperienze affettive e di vita. In questa crescita individuale si inseriscono i diversi contesti sociali e culturali che la persona vive. Il contesto sociale aiuta lo sviluppo di sé.
Erikson (1950, 1968) approfondì le tematiche che conducono alla costruzione della propria identità. Egli afferma che esistono diverse fasi psico-sociali da attraversare, ognuna delle quali corrisponderebbe ad una crisi da superare. Egli valuta sia l’identificazione che la diffusione (mancanza di una identità definita) dell’identità come due processi fondamentali.
Il ruolo della formazione culturale
La nostra formazione culturale ha un ruolo importantissimo nel definire come vedremo il mondo. L’identità culturale si sviluppa attraverso l’esperienza del gruppo che consente di creare attitudini e sentimenti (Phinney 1996). I diversi contesti sociali e l’immagine che se ne ha all’esterno influenzano ovviamente lo sviluppo individuale (Niobe Way et al. 1993). Una identità culturale forte funge da fattore di protezione rispetto a disagio psichico, depressione ed autostima (Niobe Way et al. 1993). Cosa concorre a formare la nostra identità culturale? Gli atteggiamenti dei gruppi esistenti con cui veniamo in contatto, la costruzione di una relazione personale con un gruppo culturale e le relazioni del nostro gruppo con altri gruppi.
Museum Dreams, la mostra
La mostra, Museum Dreams, a Bergamo nello spazio Gres Art 671, riunisce cinque grandi installazioni di Isaac Julien. Il filo conduttore della mostra è l’idea del museo come luogo capace di creare, guidare e illustrare il nostro reale. Una proposta interessante che ci porta a riflettere su come ciò che incontriamo a livello culturale plasmi il nostro percepire le cose. Ciò che i musei mostrano costruisce e indirizza la nostra identità. Ciò che viene esposto può costituire la nostra sola immagine? Diventare la nostra conoscenza? Rappresentare la nostra memoria?
I musei raccontano la nostra identità e legittimano il nostro vissuto (quell’opera appartiene alla nostra cultura e storia, pertanto ci rappresenta). Ciò che viene esposto, per definizione, è rappresentativo e ha valore storico, sociale, economico, culturale o politico. In questo senso i musei legittimano la nostra storia, la raccontano. Contemporaneamente ogni museo del mondo ci consente di incontrare altre culture, altre storie. Il lavoro di Julien consente a noi tutti di rinegoziare il passato, aprendo a nuove narrative.
L’artista: chi è Isaac Julien
Isaac Julien è un artista visivo e regista che nasce a Londra nel 1960. Celebre per le sue opere: installazioni cinematografiche che usano l’accorgimento del multischermo per trattare di memoria storica, identità personale e culturale ed architettura. I lavori di Julien esplorano la tematica dell’identità attraverso registri come la migrazione, il colonialismo e la trasformazione.
L’artista porta in primo piano chi è stato marginalizzato, chi è minoranza: minoranza per razza, credo o scelta sessuale. Il suo lavoro presenta spesso il superamento dei confini spaziali e temporali o di genere. I piani temporali divengono contemporanei, i piani spaziali sono compresenti. Il tema della giustizia sociale e dell’identità in costruzione son centrali nel lavoro di Julien, resi con una estetica a volte angosciante ma mai superflua.
Uno sguardo personale. Cosa rimane
Opera uno: Ancora una volta… le statue non muoiono mai
Vi racconto di tre opere che mi hanno particolarmente colpito. In “Ancora una volta… (le statue non muoiono mai) Julien cita il famoso “Les statues meurent aussi”: “anche le statue muoiono”. Il lavoro del 1953 verte sulla storia dell’arte “negra”. Il documentario dei registi Chris Marker ed Alain Resnais si chiedeva: che fine fa l’arte africana nei nostri musei? Il film si poneva come una denuncia alla colonizzazione, additando la mancanza di considerazione verso la cultura africana.
Nel suo cortometraggio, giocato su 5 grandi schermi, Julien racconta del rapporto tra il collezionista d’arte nera dr. Barnes e il filosofo Locke. Entrambi figure nere di spicco. Il Dr. Barnes, uno dei primi collezionisti di arte africana, fondatore del museo Barnes, ha dato valore all’arte africana. Inoltre, è stato promotore del movimento “Rinascimento di Harlem”. Il secondo, Locke, eminente filosofo, primo afroamericano a ricevere la borsa di studio Rhodes.
Interessante: la nostra identità personale si costruisce attraverso l’esplorazione, il contatto con la storia identitaria, le sperienze che la persona fa, ciò che legge, vive incontra (Phinney 1996). Ma se ciò che incontriamo è una bugia? Una manipolazione? Una lettura minimale e manipolata?
Opera due: Baltimore
“Baltimore” esplora ancora più decisamente il tema. Protagonista l’attore e regista Melvin Van Peebles. Il protagonista ci conduce in tre luoghi di Baltimore: il Walter Art Museum, Il Contemporary Museum ed il Great Blacks in Wax Museum, che egli inaugurò con il suo film nel 1971. Seguiamo l’attore tra magnifiche e monolitiche architetture in bianco e nero, girare per le stanze del museo. Nel suo cammino incontra un quadro sconosciuto del 1500 “Veduta di una città ideale”, una rappresentazione prospettica e monolitica di una città europea. Poi entra in una stanza e li incontra alcuni personaggi della storia nera… della nostra storia.
Sono statue di cera. La cera, materiale povero… i marmi delle sale del museo. I colori dei personaggi… i bianchi e neri della pavimentazione e della città. I personaggi della cultura nera sono ritratti mentre guardano le opere. Tranne due: Malcom X e Martin Luther King. Loro due sono rivolti a chi guarda… ti guardano in viso e a loro si affianca Van Peebles. Questo sguardo diretto, fisso, ti spaura. E ti rende consapevole dell’importanza storica di chi stai e ti sta guardando. Ti rendono impossibile ignorare la loro presenza.
Un interessante tema quello proposto da Julien: “us vs them” (Teoria dell’identità sociale-Tajfel (1971). Il cortometraggio rende bene il contrasto: marmo, sale giganti, opulenza, prestigio, riconoscimento del valore: da un lato. Dall’altro: materiale povero, la cera, appunto, una dissonanza visiva quasi disturbante, in quelle statue un po’ grottesche che però a si girano verso di noi. Tajfel (1971) sostiene che la categorizzazione sociale avviene attraverso un meccanismo di identificazione (mio) vs uno di differenziazione (voi). Per mantenere la nostra appartenenza tendiamo a percepire migliore il nostro gruppo rispetto all’altro; inoltre, ne massimizziamo le differenze.
Terza opera: Vagabondia
In “Vagabondia” l’azione si svolge nel Sir John Soane’s Museom di Londra, fondato nel 1837. Le sue sale sono piene di cimeli del 18 e 19esimo secolo. Qui una curatrice museale nera si muove tra le stanze chiuse. Le sale vuote, a fine giornata, si animano della presenza di un “vagabondo” in abiti settecenteschi che intraprende una danza. Il vagabondo danza e interagisce con le cose, una danza a tratti disarticolata nella fissità del museo chiuso.
La curatrice comincia a raccontarci la sua storia… in creolo. Una lingua volutamente incomprensibile. Il creolo rappresenta qualcosa di meticcio, nato dall’incontro tra colonialismo e diaspora. Inizialmente idioma che serve a costruire una comunanza, si struttura in lingua col passare del tempo. Una lingua esclusa dalle istituzioni che diventa voce narrante. E quindi incomprensibile… ci forza ad ascoltare. Ci invita a mettere in discussione le nostre conoscenze, quelle tramandate dalle istituzioni per ascoltare coloro che sono inascoltati.
L’estetica di Vagabondia risulta quasi disturbante: la fissità delle sale chiuse del museo e le immagini che sui due schermi diventano caleidoscopiche. I colori: il rosso saturo che rimanda alle pareti settecentesche ed ottocentesche delle dimore nobiliari come al sangue sul quale sono costruite.
Riflessioni
La tematica della costruzione della nostra identità culturale è assai interessante. Ciò che riconosciamo come nostra cultura di appartenenza sappiamo come l’abbiamo costruita? Siamo liberi da pregiudizi nell’incontrarla? È veramente ciò che conosciamo o piuttosto ciò che ci viene mostrato?
La proposta di Isaac Julien è disturbante a tratti. Mostra che ciò che crediamo è frutto di un punto di vista parziale. Ci invita quindi a guardare oltre, meglio, con maggiore attenzione. Aprire i nostri occhi e riconsiderare il nostro punto di vista egoico.
La nostra identità culturale è frutto del nostro percorso personale e non va rifiutata. Ma possiamo e, dobbiamo allargare lo sguardo, includere altri sguardi, esperienze e visoni. La realtà non è come ci appare ma assai più complessa. È meravigliosa.
Patrizia Amici
Bibliografia
- Erikson A (1950, 1968) in: Santrock JW, Deater-Deckard J, Rollo D. Psicologia dello sviluppo, Mcgraw-Hill, New York, 2021.
- Niobe W, Hughes D & Rivas – Drake D: A preliminary analysis among ethnic-racial socialization, ethnic discrimination, and etnic identity among urban sixth graders. Journal of Research on Adolescence, 2009; 19 (3): 558-584.
- Phinney JS: When to we talk abut American Ethnic group, what do we mean? American Psychologist, 1996; 5 (19): 918-927
- Tajfel H, Billig M, Bundy RP & Flament C (1971). Social categorization and intergroup behaviour. European Journal of Social Psychology, 1971.
Foto: “Isaac Julien”, di Jere Keys (2006), distribuita con licenza Creative Commons Attribution 2,0 (CC BY 2.0), Wikipedia Commons.







