Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

Curare la persona nel suo insieme con l’approccio sistemico relazionale biopsicosociale

La medicina tradizionale isola i sintomi. L'approccio sistemico-relazionale offre una visione unitaria: la salute emerge da fattori biopsicosociali e la cura diventa un processo collettivo.

Introduzione

La medicina tradizionale affronta spesso la malattia in modo frammentato, isolando il sintomo dal contesto. L’approccio sistemico-relazionale propone invece una visione unitaria, in cui la salute emerge dall’interazione tra fattori biopsicosociale. Questo articolo esplora come la collaborazione tra professionisti, famiglie e pazienti possa trasformare la cura in un processo collettivo ed evolutivo.

Oltre il sintomo: la nascita del modello biopsicosociale

Per lungo tempo la medicina ha operato secondo un modello lineare di causa-effetto. Questo orientamento cerca una causa specifica per ogni singola malattia. Nel 1973, Howard Brody ha aperto una strada alternativa applicando il pensiero sistemico alla teoria lineare medica. Successivamente, nel 1977, George Engel ha sfidato apertamente la psichiatria e la medicina tradizionale. Egli ha proposto di abbandonare il modello biomedico classico. Ha introdotto così il concetto di modello biopsicosociale. Secondo questa visione, il corpo umano è una configurazione di tanti sistemi collegati tra loro. Questi elementi biologici interagiscono costantemente con l’ambiente esterno.

Ogni variazione in un sottosistema (uno dei sistemi appartenenti ad un unico sistema principale) produce ripercussioni su tutti gli altri. La salute e la malattia dipendono, pertanto, da fattori culturali, biologici, psicologici e sociali. Non ha senso isolare queste componenti o calcolarne le percentuali d’influenza. Ogni situazione vissuta dall’individuo è contemporaneamente legata a tutti questi livelli di sottosistemi.

Questo cambio di modello medico/psicologico introduce il concetto fondamentale di circolarità. Non esiste più una causa unica e specifica per una malattia. Gli operatori sanitari devono focalizzarsi sull’origine di più cause del benessere e della sofferenza. Anche le relazioni sociali seguono la medesima regola. Nei gruppi, il cambiamento di una parte influenza inevitabilmente lo stato di tutte le altre. Comprendere la complessità delle relazioni significa smettere di cercare un solo colpevole per la patologia (Telfener, 2010).  

Comunicare e connettere nella cura biopsicosociale

Il modello sistemico si fonda sulla centralità della comunicazione e della relazione. La conoscenza non nasce dall’osservazione distaccata di un oggetto. Al contrario, si sviluppa attraverso la valutazione dell’interazione costante dei sistemi all’interno di una situazione specifica. Nel campo della cura, questa valutazione richiede l’ascolto di più voci e posizioni differenti per un intervento terapeutico biopsicosociale. Questa pluralità viene definita “polifonia di cura“.

Oggi la gestione della salute coinvolge numerose specializzazioni professionali. Il medico esamina il corpo, mentre lo psicologo e lo psichiatra curano la mente. La famiglia e gli amici offrono invece l’accoglienza e il sostegno emotivo. Per evitare frammentazioni, diventa essenziale creare “reti intelligenti” di operatori. Questi professionisti e familiari del paziente devono lavorare in gruppo, scambiandosi informazioni e attuando comportamenti di cura concordati.

La rete di cura ideale include tutte le persone chiave del sistema. Essa accoglie il paziente, i familiari, i medici di base e gli psicoterapeuti. L’efficacia della terapia si affida interamente a questa complessa interazione umana. Famiglie e operatori devono stabilire regole di comunicazione chiare e programmi condivisi. Devono decidere insieme come gestire l’eventuale disaccordo e chiarire i rispettivi ruoli.

In quest’ottica, il paziente e i familiari collaborano attivamente alla cura. Gli operatori non sono osservatori esterni che impartiscono istruzioni rigide. Essi fanno parte dello stesso sistema e modificano la realtà attraverso le proprie aspettative. La collaborazione richiede flessibilità, apertura mentale e una costante messa in discussione (Mariotti, 2008).

Costruire una mente biopsicosociale contro la frammentazione polispecialistica

Per comprendere a fondo le situazioni complesse, occorre mantenere la complessità a un buon livello di semplificazione. Non bisogna sminuzzare o frammentare gli oggetti di studio. L’individuo non deve mai essere considerato come un’isola isolata. Egli è parte integrante di una rete estesa di relazioni interconnesse. Anche l’operatore è inserito in un sistema organizzativo ampio.

La diversità tra i professionisti costituisce una risorsa preziosa per la conoscenza specialistica. Dalle differenze di prospettiva nascono infatti l’apprendimento e l’evoluzione. L’unione di più punti di vista permette di realizzare un vero “cervello cibernetico“. Questo concetto descrive la discussione dialettica tra operatori con competenze diverse e una cooperazione biopsicosociale. Si crea così una mente complessiva capace di generare spiegazioni multiple.

Questa mente comune include utenti, committenti, professionisti, valori e credenze personali. Il lavoro di rete coordina le azioni di ciascun attore in modo fluido. Si evita così che l’intervento di un professionista ostacoli il lavoro di un altro. Il progetto terapeutico diventa un percorso evolutivo globale e non una semplice somma di prestazioni. Ogni professionista deve considerare l’équipe territoriale e il sistema amministrativo circostante. Purtroppo, molti servizi usano la scusa dell’urgenza per evitare il coordinamento biopsicosociale. La mancanza di comunicazione tra enti e persone genera dinamiche incomplete e non adeguate. Questo isolamento confonde i pazienti e favorisce la cronicizzazione della malattia. Una rete di collegamenti solidi è indispensabile per costruire il benessere (Saba, 2005).

La cultura del dubbio e le sfide delle organizzazioni attuali nel modello biopsicosociale

Nonostante i vantaggi del modello biopsicosociale, il sistema biomedico lineare prevale ancora. Spesso la cura viene delegata a professionisti sempre più specializzati. Questo processo rischia di disperdere la visione d’insieme della sofferenza del malato. Il modello olistico (unitario) richiede strutture e pratiche organizzative che purtroppo ancora mancano. Si avverte la mancanza di fondamenta stabili nelle istituzioni sanitarie odierne.

Esistono comunque segnali positivi di cambiamento nel panorama attuale. Si moltiplicano i protocolli d’intesa e le reti di risorse sanitarie sul territorio. Anche la formazione universitaria medica integra oggi i presupposti biopsicosociali. Tuttavia, la logica lineare di causa/effetto ostacola ancora la nascita di reti sociosanitarie intelligenti. Quando l’organizzazione frammenta gli interventi, il paziente si sente smarrito e non ascoltato.

Il cambiamento definitivo richiede una profonda trasformazione del ruolo professionale. L’operatore non deve porsi come l’unica persona in possesso di verità assolute. Bisogna passare da un atteggiamento istruttivo di professore specializzato a una posizione di dubbio. Il non sapere apre la strada a ipotesi terapeutiche condivise tramite conversazioni riflessive. Il dubbio è un segno di intelligenza, di flessibilità terapeutica e clinica. Questo atteggiamento spinge i sistemi (le persone) a trovare insieme le soluzioni possibili. Aiuta la famiglia ad attribuire significati nuovi alla propria storia. Mantenere viva la curiosità e l’interesse per le relazioni interpersonali evita il blocco terapeutico. Senza curiosità, le situazioni rischiano di incancrenirsi nella cronicità. Solo il dubbio permette di generare cambiamenti trasformativi ed evolutivi (Von Bertalanffy, 1968).

Conclusioni

Il lavoro con la complessità biopsicosociale richiede un profondo cambiamento di prospettiva della cura. La metafora di un equipaggio in barca illustra perfettamente questa necessità. Se ogni marinaio agisce spontaneamente da solo e senza coordinazione, la navigazione si blocca. Gli operatori della salute devono imparare a sincronizzarsi e ad ascoltarsi. Solo una rete interconnessa può trasformare la cura del paziente in un viaggio fluido verso una positiva evoluzione terapeutica.

Antonio La daga

Bibliografia

  1. Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129-136.
  2. Mariotti, M. (2008). Organizzazioni e pratiche a supporto del modello biopsicosociale. In contesti di cura e salute.
  3. Saba, G. (2005). L’interazione umana nel processo di cura e la comunicazione con le famiglie. Roma: Astrolabio.
  4. Telfener, U. (2010). Dall’individuo al sistema: Relazioni, contesti e complessità nella pratica clinica. Milano: Boringhieri.
  5. Von Bertalanffy, L. (1968). General System Theory: Foundations, Development, Applications. New York: George Braziller.

Foto: Envato Elements

Logo Eda
EDA Italia Onlus
0 0 voti
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Il più recente
Il più antico Il più votato
Curare l'insieme biopsicosociale.

Ultime News

Macro Aree

Articoli Correlati di Categoria

Newsletter

Puoi cancellare la tua iscrizione quando vuoi

newsletter
0
Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero, si prega di commentarex