Empatia: Il freno naturale contro la cattiveria
Il nostro cervello è programmato per farci entrare in contatto con gli altri e per sviluppare l’empatia. Quest’ultima è la nostra capacità biologica di sentire ciò che prova un altro essere umano, agendo come un freno naturale contro la cattiveria. La scienza moderna divide questa straordinaria abilità principalmente in due tipi distinti e indipendenti.
L’empatia affettiva consiste nel sentire direttamente l’emozione dell’altra persona, il classico “sentire con” l’altro. L’empatia cognitiva permette invece di capire, a livello puramente razionale, l’emozione altrui, ovvero il semplice “capire che cosa prova”.
A livello neuroscientifico, l’empatia affettiva è legata all’attivazione di specifiche e complesse regioni del cervello. Tra queste aree troviamo la corteccia cingolata anteriore e la zona dell’insula. Queste parti si accendono intensamente anche quando proviamo dolore o forti emozioni in prima persona. Il processo psichico della cattiveria inizia spesso con lo spegnimento progressivo di queste aree.
Chi infligge intenzionalmente dolore e si mostra indifferente alla sofferenza altrui non è per forza privo di empatia. Spesso queste persone sono in grado di disattivare l’empatia affettiva in modo mirato. La loro empatia cognitiva resta invece del tutto attiva e funzionante. Il sapere che l’altro soffre può pertanto essere usato come uno strumento per manipolare e compiere atti di cattiveria (Baron-Cohen, 2012).
Meccanismi psicologici della deumanizzazione dietro la cattiveria
La deumanizzazione è un processo psicologico fondamentale per comprendere a fondo come nascono l’aggressività e la cattiveria. Essa funziona come un vero e proprio interruttore per spegnere l’empatia e giustificare i comportamenti crudeli. In psicologia sociale, la deumanizzazione viene definita come il negare l’umanità dell’altro. Questo fenomeno crea una profonda disuguaglianza tra chi gode delle qualità umane e chi ne viene ritenuto privo, spianando la strada alla cattiveria. Il modello dello psicologo Nick Haslam suddivide le qualità umane in due dimensioni distinte. La deumanizzazione si verifica negandone una sola o entrambe in modo sistematico:
- Deumanizzazione animalistica (negazione della natura umana unica). Si cancellano le caratteristiche che distinguono l’uomo dagli animali. L’altro viene visto come selvaggio, irrazionale, impulsivo e privo di autocontrollo (brutale o primitivo). Vengono negate qualità come l’educazione, la moralità, la razionalità e le capacità di pensiero complesse. Gli esempi tipici includono l’uso di insulti degradanti come “bestie”, “parassiti” o “scimmie”.
- Deumanizzazione meccanicistica (negazione della natura umana di base). Si cancellano le qualità centrali delle persone, rendendo l’altro freddo e senza vita. Vengono negati il calore, la vitalità e la capacità di provare emozioni o dolore. Gli esempi includono il trattare le persone come “oggetti”, “numeri”, “ingranaggi” o “robot“. Questo accade spesso negli uffici burocratici, negli ospedali (quando il paziente diventa solo una malattia) o quando si riduce una persona a un semplice oggetto sessuale (Haslam, 2006). In tutti questi casi, togliere l’umanità agli altri è il passo fondamentale per esercitare la cattiveria senza rimorsi.
Funzione, disprezzo e basi cerebrali della cattiveria
La funzione principale della deumanizzazione è rendere accettabile la violenza, l’esclusione sociale e la discriminazione. Se l’altro non è pienamente umano, non merita il nostro rispetto morale e diventa più facile colpirlo con la cattiveria. Di conseguenza, la nostra risposta empatica naturale non si attiva per aiutarlo.
Gli studi di neuroscienze sociali (Harris e Fiske, 2006) hanno evidenziato in questi casi uno spegnimento del circuito cerebrale legato alla socialità. Nello specifico si nota una ridotta attivazione della corteccia mediale prefrontale (MPFC). La MPFC è una regione chiave del cervello. Essa si accende quando pensiamo agli altri come individui dotati di una mente, di intenzioni e di precisi stati emotivi. Questo concetto è noto come Teoria della Mente. Quando i partecipanti all’esperimento vedevano immagini di gruppi sociali che suscitavano disgusto e disprezzo, l’attivazione della MPFC diminuiva.
Il cervello rispondeva in modo simile a quando si osservano oggetti inanimati, eliminando i freni alla cattiveria. Allo stesso tempo, si nota un aumento significativo dell’attività nell’amigdala e nell’insula, due specifiche aree del cervello. L’amigdala gestisce la paura e l’allarme, mentre l’insula è legata al disgusto. Il cervello non vede la persona deumanizzata come un suo simile, ma la percepisce come una minaccia o una fonte di sporcizia e repulsione. Questo processo blocca l’empatia e la compassione. Diventa così molto più facile indirizzare la propria cattiveria o tollerare il dolore su un “oggetto” o una “bestia” rispetto a un nostro “simile” (Harris, 2006).
Deumanizzazione, disimpegno morale e cattiveria
La deumanizzazione è un potente meccanismo di disimpegno morale. Permette a una persona o a un gruppo di agire contro i propri valori etici e educativi. In questo modo si può compiere la cattiveria senza provare alcun senso di colpa o malessere psicologico. Questo processo si basa su due pilastri che servono a giustificare la cattiveria:
- La vittima lo merita: La persona che subisce la deumanizzazione viene ritenuta l’unica responsabile della sua stessa sofferenza a causa delle sue qualità inferiori.
- L’azione è giustificata: L’atto di cattiveria e aggressività non viene visto come un crimine contro un essere umano. Viene considerato come una “pulizia” o una “necessità” imposta dalla situazione.
In sintesi, la deumanizzazione è il ponte mentale che trasforma la violenza potenziale in violenza accettabile e realizzabile. Essa riduce l’altro a qualcosa che non merita la nostra attenzione morale, lasciando spazio alla cattiveria (Bandura, 1999).
Il ruolo della paura, dello stress e delle risposte dell’amigdala nella cattiveria
Il processo psicologico della cattiveria, in molti casi, non è una scelta fredda e calcolata. Essa rappresenta invece una risposta difensiva o un tentativo sbagliato di gestire la paura e una profonda insicurezza.
L’amigdala è la centrale che gestisce le risposte di paura e pericolo. Nelle persone che hanno subito traumi o che vivono in ambienti pericolosi, l’amigdala può diventare troppo reattiva. Questa costante allerta emotiva può portare a reagire con aggressività eccessiva. Si manifesta così la cattiveria anche di fronte a provocazioni minime, che vengono però percepite come enormi minacce.
La corteccia prefrontale è la sede delle nostre funzioni di controllo. Gestisce gli impulsi, la pianificazione e la regolazione delle emozioni. Se questa area è indebolita da traumi o stress prolungato, la capacità di frenare gli impulsi aggressivi si riduce drasticamente. Si apre così la strada a comportamenti impulsivi, dannosi e pieni di cattiveria (Blair, 2016).
Conclusioni
Riconoscere la cattiveria come un processo psicologico e neuroscientifico non significa giustificarla, ma capirla meglio. La cattiveria non è una misteriosa macchia nera sull’anima umana. Essa è il risultato dello spegnimento dell’empatia, di meccanismi che tolgono l’umanità agli altri e di una perdita di controllo degli impulsi o di risposte difensive esagerate. Questa visione basata sulla scienza offre la possibilità di intervenire e fare prevenzione. Se la cattiveria è un processo mentale, allora può essere modificato.
L’educazione all’empatia, la cura dei traumi e il potenziamento delle capacità di autocontrollo sono strumenti fondamentali. Possono diventare i veri mezzi per bloccare quel processo che troppo spesso etichettiamo, con troppa semplicità, come “malvagità“.
Antonio La Daga
Bibliografia
- Bandura, A. 1999 “Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities”. Personality and Social Psychology Review 1999;3(3):193-209. doi: 10.1207/s15327957pspr0303_3 PubMed (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15661671/)
- Baron-Cohen, S. (2012). La scienza del male: L’empatia e le origini della crudeltà. Raffaello Cortina Editore.
- Blair, R. J. R. 2016 “The Amygdala and Emotional Brain Systems in Psychopathy and Other Disorders of Dysregulated Aggression“. Philosophical Transactions of the Royal Society B: B.
- Harris, L. T. & Fiske, S. T. 2006 “Dehumanizing the Lowest of the Low: Neuroimaging Responses to Extreme Out-Groups” PubMed- Psychol Sci Oct;17(10):847-53. doi: 10.1111/j.1467-9280.2006.01793.- [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17100784/] (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17100784/).
- Haslam, N. 2006, “Dehumanization: An Integrative Review” PubMed – Pers Soc Psychol Rev 2006;10(3):252-64. doi: 10.1207/s15327957pspr1003_4. [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/1685944] (https://www.google.com/search?q=https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/1685944)
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