Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

Intelligenza emotiva ed artificiale. Sinergie e conflitti

Passare dall'Intelligenza Emotiva (IE) all'Intelligenza Artificiale (IA) non è solo un progresso tecnologico, ma un cambiamento profondo nel modo in cui capiamo la realtà. Stiamo riscrivendo le regole del gioco: oggi l'intuizione umana e il calcolo dei computer devono imparare a parlare la stessa lingua. Ma come sta cambiando davvero il nostro modo di conoscere il mondo?

Meglio il sesto senso o le previsioni dei dati?

Negli anni ’90, grazie a Daniel Goleman, abbiamo capito che la vera chiave del successo era l’intelligenza emotiva (IE): la capacità di ascoltarsi e capire gli altri. In quel mondo, conoscere significava interpretare ciò che provavamo. L’intelligenza artificiale (IA) è l’esatto opposto. l’intelligenza emotiva è soggettiva: capisco perché sento e leggo il contesto umano. L’IA è oggettiva e statistica: conosce perché analizza miliardi di dati e trova schemi ripetuti. Oggi la conoscenza non cerca più una verità assoluta, ma la risposta più probabile (Artusio, 2025).

Il mistero della “scatola nera”

Un tempo, per dire di sapere qualcosa, dovevamo capire il perché. Con l’IA siamo entrati in un’epoca strana: sappiamo che il computer ci dà la risposta giusta, ma non sempre capiamo come ci sia arrivato.

Se un software diagnostica una malattia meglio di un medico ma non sa spiegare il “tocco” clinico, possiamo chiamarla vera conoscenza? Oggi sembra contare più il risultato pratico che la spiegazione della causa.

L’IA come aiutante dell’intelligenza emotiva

Non dobbiamo immaginare due mondi separati. La nuova frontiera è l’informatica che impara anche a leggere le nostre emozioni. Sinergia: l’IA può leggere i movimenti del viso o i toni di voce che a noi potrebbero sfuggire solo con l’intelligenza emotiva, individuando subito segnali di stress o tristezza. In questo caso, la macchina fa da sensore e l’uomo da interprete. Meno pregiudizi: noi umani siamo spesso influenzati da stanchezza o simpatie. L’IA ci offre un punto di vista “freddo” che aiuta a decidere senza farsi travolgere dal momento. Mentre l’intelligenza emotiva ci rende umani, l’IA ci rende “potenziati”. Il rischio però è affidare decisioni morali (che richiedono empatia) solo a un calcolo di convenienza.

Dove nasce il conflitto con l’intelligenza emotiva

Il problema sorge quando smettiamo di usare l’IA come un utile strumento e iniziamo a chiederle di giudicare al posto nostro.

  1. Sentire o calcolare? Per noi un’emozione va vissuta; per l’IA è solo un’etichetta probabilistica su un gruppo di dati. Se l’IA riconosce solo poche emozioni base, rischiamo di perdere le sfumature delicate della malinconia o della nostalgia.
  2. La pigrizia del cuore. L’ intelligenza emotiva richiede uno sforzo. Quando lasciamo che sia un algoritmo a scrivere un messaggio di scuse o di condoglianze per noi, evitiamo la fatica di stare vicini al dolore degli altri. Questo crea una “socialità sintetica”: rapporti senza attriti, ma senza una vera crescita personale (Santiago-Torner et al., 2025).

Le Nuove Generazioni Z e A, l’empatia digitale e l’intelligenza emotiva

I giovani della Generazione Z e Alpha sono i primi a far non crescere la propria intelligenza emotiva parlando spesso con interlocutori non umani. Questo sta cambiando le loro abilità sociali (Babu et al., 2025). Essi hanno una concrete difficoltà nei rapporti reali. L’IA è sempre gentile e disponibile. Abituarsi a una comunicazione senza intoppi rende difficile gestire un essere umano reale, che può essere sgarbato o illogico.  Molti giovani usano i chatbot come porto sicuro perché non giudicano, sono gentili e compiacciono. Ma l’amicizia umana è uno scambio di relazioni. l’IA, invece, esiste solo per noi, e potrebbe farci chiudere in un isolamento emotivo.

Il rischio è trattare il dolore come un problema tecnico

La vera compassione significa stare nel disagio di un altro senza volerlo per forza “aggiustare” subito. L’IA, invece, vede il dolore come un errore da risolvere nel minor tempo possibile. Quando viviamo il dolore altrui attraverso uno schermo o un algoritmo del computer, rischiamo di vederlo come un grafico o un “ticket” da chiudere. Perdiamo quella connessione fisica/emotiva profonda che ci rende umani e che solo l’intelligenza emotiva ci può dare.

Il ritorno alla presenza umana

Più l’IA diventerà brava a simulare l’empatia e più la presenza umana autentica — fatta anche di silenzi imbarazzanti e parole sbagliate, ma sincere — diventerà rara e preziosa. La nuova conoscenza computerizzata non deve farci rifiutare la tecnologia, ma aiutarci a capire che l’IA può gestire solo i dati del dolore. Ma è l’essere umano che può dargli un vero significato. Non dobbiamo temere macchine troppo umane, ma uomini che, per comodità, scelgono di vivere un’umanità semplificata, digitalizzata e senza cuore.

Antonio La Daga

Bibliografia

  1. Artusio L (2025). Rivoluzione intelligenza emotiva. Milano: Oscar Mondadori.
  2. Audrin C & Audrin, B. (2025). “Alpha generation’s social media use: sociocultural influences and emotional intelligence”. Journal of Youth Studies.
  3. Babu, S., et al. (2025). “Emotional AI and the rise of pseudo-intimacy: are we trading authenticity for algorithmic affection?”. Frontiers in Psychology /PMC.                                                                                                                              
  4. Benraouane, S. A. (2024). AI Management System Certification: Building Responsible AI Systems. New York: Productivity Press.                                                                                                  
  5. Goleman, D. (1996). L’intelligenza emotive. Che cosa è come può renderci felici. BUR Saggi
  6. Santiago-Torner, Corral-Marfi JA, Tarratas-Pons E (2025). “Artificial Intelligence and the Reconfiguration of Emotional Well-Being (2020–2025): A Critical Reflection”. Societies (MDPI).

Foto: Envato Elements

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