Introduzione
Questo articolo nasce con l’intento di mettere in luce, da un punto di vista letterario e psicologico, il Bambino che vive in noi. Esso governa a nostra insaputa il comportamento ed interferisce attivamente sulle nostre capacità decisionali.
La voce del Bambino interiore
In tutti noi vive un Bambino invisibile ai nostri occhi, a volte silenzioso altre molto rumoroso che cerca di far sentire la sua voce, le sue ragioni, i suoi bisogni e desideri. Spesso comunica in un modo che noi Adulti non riusciamo a comprendere perché non conosciamo il suo linguaggio ed il suo modo di agire. In molte circostanze è lui che pensa, sente emozioni ed agisce al posto del nostro Adulto consapevole.
Questa situazione, finché accade senza che il nostro Adulto ne abbia coscienza, rischia di non farci vivere il presente appieno. Agiamo, scegliamo inconsapevolmente sulla base delle scelte del nostro Bambino, che non ha le competenze per leggere e interpretare il “qui ed ora” in modo corretto. Eh, sì il timone della nostra vita adulta spesso è affidato ad un Bambino travestito/mascherato da Adulto. Vorrebbe guidare una Ferrari Testarossa, che è il suo più grande desiderio, senza aver però mai preso la patente.
Provate ad immaginare i danni che questo Bambino può fare se il nostro Adulto non inizia ad accorgersi della sua presenza. È arrivato, pertanto, il momento di vedere questo Bambino invisibile. Spesso da piccolo non è stato riconosciuto nei suoi bisogni, ed ascoltato nei suoi desideri inappagati e paure irrisolte che tutt’oggi reclamano attenzione e giustizia.
“Il Fanciullino” di Giovanni Pascoli
Qualcuno però, nel corso della storia umana, per fortuna ci ha aperto gli occhi, si è reso conto della presenza di questo Bambino. Basti pensare al caro Giovanni Pascoli che già da quando eravamo seduti nei banchi di scuola ci presentava la sua poetica de “Il fanciullino” (1897). Egli descriveva il fanciullino come una componente interiore, presente in ogni uomo, capace di guardare il mondo con meraviglia, stupore e innocenza infantile, tipica del poeta.
“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano… ma lagrime ancora e tripudi suoi”. Il fanciullino “vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta”. “Egli è quello che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione”.
Ci diceva, inoltre, che la maggior parte degli adulti crescendo lo dimentica. Fatta eccezione per il poeta che invece si lascia guidare e da ascolto e voce al fanciullino nei suoi componimenti. Pascoli però ci avvisava che, sebbene noi non lo vedessimo più, il fanciullino continua a manifestarsi nella nostra vita adulta. “fa il broncio in te […] dorme coi pugni chiusi“.
Il Bambino di Eric Berne
Per quanto Pascoli fu lungimirante chi però ci ha parlato apertamente di questo Bambino è stato Eric Berne, il padre della psicoterapia analitico transazionale. Egli parlando della struttura della nostra personalità divisa in 3 stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino) ci ha descritto il funzionamento dello stato dell’Io Bambino. Egli è l’insieme di tutte le nostre esperienze, in termini di pensieri, emozioni e comportamenti, che abbiamo vissuto da piccoli. Esse continuano ad influenzare le decisioni del nostro Adulto nel qui ed ora.
In particolare, i nostri traumi infantili non elaborati continuano a ripetersi nel nostro presente come un copione già scritto. Esso ci porta, ahinoi, a rivivere sempre le stesse ferite emotive che hanno caratterizzato la nostra infanzia ed in particolare il rapporto coi nostri genitori.
Ad esempio, un bambino che non si è sentito sufficientemente amato e riconosciuto nei propri bisogni emotivi può essersi convinto di non essere degno d’amore. Questo seguendo il suo copione relazionale lo porterà a scegliere da adulto partner da cui cercherà l’appagamento per quel bisogno frustrato. Ma al contrario delle sue aspettative gli ripresenteranno lo stesso schema relazionale familiare disfunzionale.
Il partner attuale, così come accadeva in passato con il genitore/i, non riconosce i suoi bisogni emotivi e, pertanto, la persona si convince sempre di più di non essere degna d’amore. Il ripetersi nel tempo della ferita dei non amati porterà spesso queste persone a deprimersi, chiudersi emotivamente mettendo in gabbia il proprio cuore (Tavormina, 2026).
Da questa dolorosa constatazione nasce l’esigenza di un cambiamento che la persona, se vuole, può attuare attraverso un percorso di psicoterapia personale. Tale cammino introspettivo l’aiuterà ad ascoltarsi profondamente ed attuare dei nuovi schemi relazionali. Potrà amare liberamente e sentirsi amata senza quelle paure ataviche che per anni hanno incatenato il cuore del suo bambino spaventato dall’amore.
Bambino ansioso ed evitante
- Un Bambino spaventato dall’amore che ha difficoltà ad esprimere le proprie emozioni ed ha paura di essere ferito nelle relazioni con l’altro può presentarsi con due modalità differenti. Una ansiosa e l’altra evitante. Il Bambino ansioso è quello che ha costantemente paura di perdere l’amore dell’altro e vive ogni assenza con eccessiva ansia per la paura di un imminente abbandono. Reagisce a questa paura cercando di controllare l’altro, richiedendo continua presenza e rassicurazione. Il partner può sentirsi sovraccaricato da questa modalità di forte dipendenza emotiva che toglie spazio e libertà. Sentendosi oppresso spesso finisce proprio per allontanarsi e lasciare il Bambino ansioso. Quest’ultimo vede, purtroppo, realizzarsi la sua profonda paura dell’abbandono. Non si rende conto che, con la sua ansia eccessiva, ha contribuito a farsi lasciare dal partner esausto da queste continue richieste di attenzione.
- Il Bambino evitante, invece, è colui che scappa quando sente che la relazione sta diventando emotivamente coinvolgente, perché non sa gestire queste forti emozioni. Di conseguenza, se la vicinanza emotiva è troppa inizia a prendere distanza riducendo la comunicazione e le occasioni di incontro con l’altro. Per poi avvicinarsi nuovamente quando vede che l’altro si allontana e lo rincorre per paura di perderlo. Il Bambino evitante, infatti, non si allontana perché privo di emozioni, ma non sa gestirle ed ha paura di perdere sé stesso nel contatto troppo intimo con l’altro. Vive contemporaneamente la paura del rifiuto e della perdita della propria autonomia, che è la miglior difesa che si è creato per non dipendere emotivamente dall’altro potenzialmente rifiutante. La paura del rifiuto accomuna, pertanto, sia l’ansioso che l’evitante, ma loro reagiscono in maniera opposta. L’ansioso diventa preoccupato dell’abbandono e avanza numerose richieste di rassicurazione, diventando appiccicoso. Mentre l’evitante diventa emotivamente distaccato, mostrandosi freddo e nascondendo la propria vulnerabilità. Non chiede per non correre il pericolo di essere rifiutato.

Relazioni sentimentali
Spesso nelle relazioni accade che si incontrano due persone che vivono il rapporto affettivo in queste due modalità opposte. Più l’ansioso rincorre l’evitante per paura di perderlo, più lui si sente soffocato e scappa, pertanto, si riconfermano a vicenda le proprie ferite.
L ‘ansioso si convince che l’amore è pericoloso e fa male, perché si viene sempre abbandonati e l’evitante pensa che l’amore è dannoso, perché soffoca e fa perdere la propria libertà. Per trovare un sano equilibrio ci vorrebbe una giusta misura tra presenza ed assenza nella relazione, tra momenti di condivisione e momenti di spazio personale in cui l’altra persona non è coinvolta. Ma, affinché accada, ciò serve che entrambi superino i loro traumi infantili perché sia l’ansioso che l’evitante riproducono nelle relazioni adulte quello che hanno vissuto nella loro famiglia.
All’origine delle loro ferite emotive c’è o un genitore sfuggente, che non si prende sufficientemente cura dei bisogni emotivi del figlio (bambino evitante). O al contrario, un genitore iper-presente ed iper-controllante che impedisce al bambino di avere i propri spazi personali (bambino ansioso).
Riflessioni
Questa articolo è dunque un invito a guardarsi dentro e a riconoscersi in uno di quei bambini presentati (ansioso, evitante). Affinché, ciascuno possa trovare il coraggio di cambiare, rinascere e vivere una nuova vita, ritrovando, come dice Renga (2026) nella sua canzone, “Il meglio di me”. Egli invita a non isolarsi, a vedere anche le ferite provocate alle persone che ci sono accanto e perdonarci per i nostri lati più bui. Spesso essi ci portano a ferirle inconsapevolmente.
“Sai sono ritornato
Là dove le paure nascono
Non scapperò come ho sempre fatto […]”
“Tu il meglio di me, il meglio di me, il meglio di me
Eccomi, eccoti
Il meglio di me
Ridere, cambiare
Imparare dagli sbagli
Guarire, vedere
Il tempo sulle mani
Non puoi spostare le strade
Ma in mezzo a una frase
Trovo la direzione” (“Il Meglio di me”, Renga, 2026).
Conclusione
Possiamo trovare finalmente il coraggio di ritornare alle paure del passato, allungando la mano a chi ci può aiutare a liberarci dalle catene amorose. Possiamo vivere, finalmente, una relazione emotivamente sana, fatta di condivisione, intimità e libertà.
Romina Tavormina
Bibliografia
- Berne E. Intuizione e stati dell’Io. a cura di Novellino M. Astrolabio 1992
- Berne E. Ciao! E poi? La psicologia del destino umano. Bompiani, 2017
- Renga F. (2026) “Il meglio di me”, Festival di Sanremo, 2026.
- Pascoli G. Il fanciullino. Infilaindiana Edizioni 2020
- Tavormina R., “Why are we afraid to love?”. Psychiatria Danubina,26 novembre 2014
- Tavormina Romina, Il Bambino dal cuore ingabbiato, Depressione Stop, 2026
Foto: Envato Elements







