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Teatro e salute mentale

L'uso del teatro come cura nei disturbi psichiatrici risulta essere una strategia innovativa ed efficace. Permette al paziente di crescere e sperimentarsi in una nuova dimensione, lontana da pregiudizi e dogmi.

Introduzione

Il laboratorio di teatro può migliorare la condizione psichica di una persona e può rappresentare un potente strumento di cambiamento. Questo per lo stretto rapporto che c’è tra espressione creativo-artistica, processo di regolazione emozionale e trasformazione cognitiva. L’arte, infatti, sembra essere uno strumento d’eccellenza per la psichiatria. A differenza degli interventi inerenti alla riabilitazione incentrati sull’acquisizione di capacità concrete, l’arte va ad agire su tutta la sfera legata all’interiorità. L’arte teatrale, inoltre, è in grado di incentivare aspetti connessi all’identità, alle motivazioni, al senso di autoefficacia e al sentirsi in relazione con l’altro.

Uno studio scientifico

A confermare questo ruolo costruttivo è stato uno studio condotto da una coppia di ricercatori su un progetto teatrale britannico e pubblicato sul Medical Humanities Journal (Paterson & Sextu 2016). In questo studio, due persone con problemi mentali, hanno recitato dei monologhi, entrambi con due diverse versioni, quella del malato e del medico. I monologhi sono stati sviluppati e presentati dal Community & Applied Drama Laboratory della Newman University, presso il Midlands Arts Center di West Midlands nel Regno Unito. Dopo le performance teatrali, i pazienti avrebbero aumentato significativamente le loro capacità di interazione con il pubblico e il mondo esterno.

Questi benefici, secondo gli studiosi, deriverebbero dal fatto che il teatro, in quanto ambiente protetto e dispensatore di emozioni, porterebbe ad un oscuramento della parte malata. I benefici sarebbero presenti già dalla stessa partecipazione al laboratorio. Il training fisico e vocale, l’allestimento, l’ideazione scenica, la stesura della drammaturgia potrebbe aver spinto gli individui a tirar fuori o scoprire delle competenze latenti che non pensavano di avere. Rendersi conto di avere delle capacità, infatti, allontana i soggetti dalla scarsa autostima, dalla fragilità e dall’acuirsi di patologie psichiatriche.

Il potere terapeutico del teatro

L’azione terapeutica del teatro si potrebbe spiegare considerando tre tipi di effetti.  Il primo è quello che ha il fulcro nel mondo intrapsichico, nel rapporto del soggetto con i suoi oggetti interni. L’attore, quando si cala nei personaggi, si identifica con una parte di questi. Questo in ragione della corrispondenza o dissonanza con i personaggi del suo mondo interno e anche della sua storia personale. Diventano così, fattori di cambiamento, la dinamicità che lega l’attore al suo personaggio, altro da sé e al contempo espressione di una parte di sé.

Importante è anche l’utilizzo dello «spazio del gioco». Questo spazio consente sperimentazioni che non minacciano l’integrità dell’identità della persona pur consentendole di sperimentarsi in nuove vesti che diventano, così, plausibili. Tutto diventa meno pericoloso: si può giocare, si può sbagliare, si può rimodellare il personaggio. Recitando a teatro «la giocosità che si manifesta, il piacere dell’interazione umana, si sviluppa e prende corpo, vincendo sentimenti di sfiducia e una radicale diffidenza, cresciuta per molti in lunghi anni di malattia […]». (Petrella, 2011)

Il teatro e il pubblico

Il secondo aspetto è quello rappresentato dal mondo intersoggettivo, in particolare dal rapporto tra l’attore e il pubblico. Il pubblico esercita, infatti, una funzione di specchio, può rappresentare l’Altro che guarda. Questo può essere il familiare, l’amico, il cittadino che per la prima volta vede il protagonista in una veste nuova. Attraverso la presenza e l’applauso può riconoscere all’attore le sue capacità, rinforzarne l’autostima e anche il senso d’identità. Questo rispecchiamento con un pubblico motivato a fruire di una rappresentazione teatrale rappresenta per i pazienti un elemento di grande rinforzo personale e di rivitalizzazione della loro autostima.

Teatro, cultura e lotta allo stigma

Il terzo effetto è quello che porta a spiegare il perché esperienze teatrali nate da laboratori riabilitativi, possono fare cultura, contribuendo a combattere stigma e pregiudizio.

Nella rappresentazione degli spettacoli, si produce infatti un duplice effetto. Prima di tutto cambia la sensibilità e la mentalità nell’approccio al disagio psichico. Inoltre, viene trasmesso il valore culturale del testo teatrale. Attraverso il teatro, il tema della salute mentale viene posto come questione che interessa tutti e che responsabilizza la cittadinanza. L’invito è quello di esplorare insieme le nuove risposte al disagio attraverso il coinvolgimento di una pluralità di soggetti che possono agire insieme. Anche la cultura ne esce trasformata; le arti tornano ad essere in mano alla cittadinanza.

La salute mentale posta nel contesto teatrale diventa una questione che coinvolge ed interessa l’intera società. Il teatro fa sì che si responsabilizzi in merito all’argomento, diventando comunità attiva e parte del processo di cambiamento del paziente. In questo modo, cambia anche la modalità della società di approcciarsi al disagio psichico, unificando due discipline – teatro e psichiatria – che vanno oltre la loro stretta definizione sociale.

Se prima, in modo particolare, le persone con un disturbo psichico venivano emarginate socialmente o ritenute addirittura pericolose, ora può essere dimostrato al mondo e alla società tutto il potenziale e gli aspetti positivi di queste persone. Il processo teatrale, che suscita emozioni e sensazioni sia nell’attore che nello spettatore, crea un legame indissolubile suggellato dal momento della messa in scena dello spettacolo. È proprio questa esperienza emotiva condivisa che cambia la percezione della malattia mentale.

Un’esperienza

L’incontro fra teatro, lotta allo stigma, percezione sociale della malattia mentale e ricerca di innovazione nel campo della riabilitazione e dell’inclusione sociale hanno dato vita ad un evento. Un convegno dal titolo: «L’inclusione sociale generativa da Basaglia in poi» si è tenuto infatti a Latiano (BR) il 28 maggio 2024. In quest’occasione, sono state presentate delle performance teatrali, risultato di laboratori riabilitativi. Il convegno è stato organizzato dalla cooperativa sociale Città Solidale per celebrare il centenario della nascita di Franco Basaglia. Lo psichiatra è quello che ha rivoluzionato il modo di concepire e curare la malattia mentale, dando dignità alla persona con disturbi psichici.

«l teatro – come ha spiegato il dr Beppe Dell’Acqua, suo allievo – è attraversato dalla follia, dai drammi dell’umano, dalle disperazioni […]. Il teatro sembra essere il luogo in assoluto più attraversato dalla follia, e le istituzioni della psichiatria le più abitate dal teatro».

In uno degli spettacoli presentati, diretti dalla regista Venere Rotelli, «State aspettando noi?» a cura dei laboratori di Città Solidale, viene rappresentato un sottile equilibrio. Quello che separa il linguaggio onirico da quello di una realtà percepita come un «circo dell’assurdo». Lo spettacolo rimanda, attraverso lo specchio deformante, l’immagine riflessa dello spettatore. E così, mentre si avvicendano sulla scena vari personaggi che vogliono condividere le verità nascoste, l’attesa di chi guarda cresce. Il tentativo dello spettatore è quello di carpire il senso di ciò che si sta disvelando davanti ai propri occhi. La perturbazione emotiva provocata, porta ad interrogarsi sul senso stesso della realtà e della propria vita.

Considerazioni finali

Che cos’è il teatro? Come si ritrae la nostra esistenza? Cosa rivela della vita? Una storia, dentro un’altra storia, dove ogni giorno ci ritroviamo ad improvvisare il nostro copione.

Attraverso la bravura degli attori (operatori e pazienti) e nell’emozione provocata negli spettatori, si svela anche tutta la valenza sociale del teatro. Il teatro, dunque, si rivela essere un’arte che cura e riabilita socialmente. Un’arte in grado di aiutare la persona che soffre a riscattare sé stesso e, in senso più esteso, la salute mentale all’interno della comunità.

                                               Antonella Vacca

Bibliografia  

  1. Dell’Acqua P. Non ho l’arma che uccide il leone. La vera storia del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni Collana 180. Archivio critico della salute mentale. Edizioni AB Verlag, Merano. III edizione 2014.
  2. Patterson P., Sextou P. Trapped in the labyrinth: exploring mental illness through devised theatrical performance. Med Humanit 2017 Jun; 43(2):86-91. doi: 10.1136/medhum-2016-011094.
  3. Petrella F. La mente come teatro. Psicoanalisi, mito e rappresentazione. Centro Scientifico Editore, 2011.

Sitografia

https://www.doppiozero.com/quando-la-follia-e-il-teatro-divennero-una-cosa-seria

Convegno “L’inclusione sociale ‘generativa’ da Basaglia in poi”

Foto di Gianni Giacovelli. Scene della rappresentazione teatrale “State aspettando noi?” del Laboratorio di Teatro di “Città Solidale”, Latiano (BR), 2024

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