Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

La preziosa testimonianza di Amelia

La toccante testimonianza di una ragazza che sta lentamente risalendo dalla profondità del disturbo psichiatrico a una vita nuova e luminosa. Amelia è un nome di fantasia, da lei stessa scelto, ma il suo racconto è autentico.

Ciao Amelia, innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. La tua testimonianza sarà preziosa per tutti coloro che ci leggeranno.

Amelia presentati brevemente

Mi chiamo Amelia, ho 20 anni, ho terminato le scuole superiori lo scorso giugno e di recente sono stata ammessa alla Facoltà di Psicologia a Padova. Inizierò a frequentarla dal prossimo settembre.

A partire dalle scuole medie è iniziato un disagio che si è manifestato soprattutto negli anni del liceo attraverso svariati sintomi, che però non avevo compreso. Mi hanno in seguito diagnosticato un disturbo di personalità borderline.

Quando hanno avuto inizio le tue difficoltà?

Ho iniziato ad avere le prime difficoltà soprattutto a partire dalla seconda superiore, in particolare nella relazione con gli altri. Mi autoescludevo dalla compagnia dei coetanei. Notavo il problema soprattutto nei momenti in cui si doveva mangiare. Non volevo che gli altri si accorgessero e non volevo parlarne, neppure agli amici più intimi.

In terza è intervenuta la tematica dell’autolesionismo, che è diventata presto la mia valvola di sfogo. Da lì non è stato più possibile nascondere il mio disagio, anche se non lo dicevo apertamente. La mia famiglia non lo accettava. Non ero ancora seguita da specialisti del settore, solo da uno psicologo dell’ASL, il quale sminuiva la gravità dei problemi attribuendoli unicamente all’adolescenza.

Amelia come sei entrata in contatto con l’ambito della psichiatria?

Il primo vero contatto con l’ambito psichiatrico l’ho avuto l’anno seguente, dopo un tentativo di suicidio, quando sono stata ricoverata in ospedale. Sono stata presa in carico dalla neuropsichiatria infantile in quanto ancora minorenne. La dottoressa di riferimento mi ha consigliato di fare una pausa dalla scuola, in modo da togliere una forte fonte di stress, dovuta al contesto sociale. Dopo due mesi, sono divenuta maggiorenne e ho conosciuto quelle che sarebbero diventate la mia psichiatra e la psicoterapeuta tutt’ora di riferimento.

Con loro ho iniziato il lungo percorso di presa di consapevolezza e sono tornata a frequentare la scuola, ma ero troppo concentrata sul mio disagio e sul dover nascondere l’autolesionismo. Non avevo amicizie e non le cercavo nemmeno, per non restare ferita. Sul piano cognitivo, tuttavia, non avevo difficoltà e sono riuscita a completare l’anno scolastico, seppur in solitudine.   

Com’è andata in seguito?

L’estate successiva, a causa di un’amicizia terminata in modo disastroso, sono stata ricoverata per la prima volta in un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e cura). Lì mi hanno specificato il disturbo: un disturbo borderline con abuso di alcolici, autolesionismo in forma grave, intenzioni suicidarie e anoressia. Ho conosciuto delle ragazze con cui ho molto legato e con cui sono ancora in contatto. In questi casi si creano dei legami speciali, molto forti, che non si riescono a creare tra persone che non soffrono. Ci si confida e ci si comprende profondamente. Anche grazie a loro ho iniziato a prendere consapevolezza di me.

Non sono riuscita a iniziare la frequenza della quinta, ma tramite una compagna rappresentante di classe rimanevo al corrente dei compiti e delle attività; sentivo solo lei. Al rientro non ho dato spiegazioni e non parlavo quasi con nessuno. Non stavo ancora bene, anzi mi trovavo in una fase depressiva, di autolesionismo e di abuso di sostanze. Ne facevo uso soprattutto prima di entrare a scuola, come aiuto per sopportare la pressione del contesto sociale in cui mi sentivo diversa dagli altri e in cui percepivo che avessero paura di me. Mi sentivo totalmente estranea al mondo “normale”. Nel frattempo, sentivo che aumentava anche il livello del mio disturbo alimentare.

A novembre sono stata nuovamente ricoverata per il terzo tentativo di suicidio. Nei mesi dei ricoveri la lontananza da casa aveva un effetto benefico su di me; ritrovavo tutte le mie amiche. Infine, un nuovo ricovero a gennaio, stavolta in TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

Amelia come sei riuscita a ultimare la scuola?

La mia frequenza scolastica, a seguito dei ricoveri era molto saltuaria; oltretutto avevo necessità di effettuare una serie di esami e controlli nei periodi in cui non ero in ospedale. La media dei voti si abbassava e stavo rimanendo indietro rispetto allo studio, non ascoltando le lezioni e avendo poco tempo di studiare. Ero preoccupata in quanto frequentavo la quinta e avrei dovuto affrontare gli esami di maturità. Decisi di concentrarmi proprio su quelli e di cercare di andare avanti per concludere la scuola.

Al mio rientro dopo l’ultimo ricovero, avevo cercato di iniziare a legare con alcune compagne e di parlare un po’ di più, cercando di far parte nuovamente della vita “normale”, anche se mi mantenevo “a distanza di sicurezza”. La distanza era reciproca, perché non avevano il coraggio di chiedermi notizie della mia salute.

Sentivo che i compagni e gli adulti, ovvero i docenti, avevano paura di me e della mia situazione. Ciò aumentava il mio disagio, facendomi sentire molto male, anche in colpa. Facevo la differenza con le persone conosciute in ambiente psichiatrico che, invece, mi avevano sempre accolta con affetto.

Come hai vissuto e vivi il tuo ruolo da paziente?

Inizialmente ho fatto molta fatica ad aprirmi, soprattutto perché il primo specialista non comprendeva il mio profondo disagio. Parlavo in modo molto generico. Mi sono aperta veramente per la prima volta con la mia psichiatra, perché era venuta a trovarmi dopo il ricovero di settembre (il primo in un reparto di adulti) e abbiamo parlato di quanto accaduto.

La sua attenzione nei miei confronti, il voler sapere da me in prima persona cosa fosse successo mi ha fatto capire che mi sarebbe stata sempre accanto e mi avrebbe aiutata. Indipendentemente da quello che avrei raccontato. Da quel momento mi sono aperta e ancora oggi so che lei c’è sempre e posso contare su di lei. È disponibile nel momento del bisogno, anche se lavora nel pubblico.

La psicoterapeuta ha, invece, un ruolo diverso, più direttivo. Mi fa capire quello che non va, mi aiuta a rendermi conto dei comportamenti errati che dovrei correggere. Continueranno a seguirmi a distanza quando mi trasferirò a Padova: per loro non sono solo una paziente ma una persona.

Amelia immagino che vorrai ringraziare le due specialiste che ti hanno salvato la vita

Mi hanno fatto prendere coscienza degli obiettivi che ho raggiunto, hanno evidenziato i miei successi, come l’aver preso la patente, aver superato gli esami di maturità, l’essere stata accettata all’università di Padova, l’essere riuscita a uscire da certe relazioni tossiche, il non aver utilizzato più sostanze. Mi hanno aiutata anche a imparare a frequentare persone esterne all’ambiente psichiatrico. Soprattutto mi hanno insegnato a vedere in me stessa i miglioramenti che non io non vedo. Ora so che posso aspirare ad avere qualcosa di più di una vita trascorsa nei ricoveri.

Penso che tutti i pazienti abbiano il problema di non riuscire a vedere i propri miglioramenti, ma anche di non accettare lo stare meglio. Lo si vede come un pericolo, perché nello star male ci si sente più sicuri e si impara a gestirlo. Diventa normale tagliarsi, stare in ospedale, non mangiare, ma non si sa vivere una vita normale.

Le ringrazio perché mi hanno aiutata a staccarmi dal mio sistema chiuso di amici simili a me e a provare una nuova vita. Mi hanno incoraggiata a provare i test di accesso per la facoltà di Psicologia e a scegliere una facoltà universitaria lontana dal mio ambiente, perché un nuovo ambiente può farmi bene. 

In questi ultimi mesi finalmente sta andando molto meglio, ho messo in pratica i loro consigli e ho trovato degli obiettivi da raggiungere. Nel frattempo, in attesa dell’università ho trovato un lavoro. Mi sento più stabile riguardo all’umore e ho trovato un motivo per vivere. Il mio obiettivo principale adesso è allontanarmi dal luogo in cui mi sono ammalata e avere nuove prospettive. Ho un po’ di paura nei confronti del mondo universitario che mi attende e dell’impegno, ma voglio provarci.

Come ti vedi nel tuo futuro?

Ho deciso di lavorare nel mondo della psicoterapia. Sono sempre stata interessata, anche prima di ammalarmi, ma avendo sofferto in prima persona di certe problematiche ora ne ho avuto la conferma. Voglio aiutare gli altri a uscire dalle situazioni patologiche, di trasformare gli anni di difficoltà in qualcosa di positivo, perché so cosa si rischia. Soprattutto per i casi di ideazione suicidaria, autolesionismo e disturbi di personalità. Ho avuto riscontro in questo senso dalle amiche che ho già sostenuto, ascoltato. Vorrei aiutare le persone che soffrono a far capire che hanno altro oltre al disturbo, che possono raggiungere questa consapevolezza e uscirne.

Grazie per la tua preziosa testimonianza, Amelia, e buona vita.

Dominique Tavormina

Foto: Envato Elements      

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