Introduzione
Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908 e morto suicida a Torino 27 agosto 1950, è stato un grande scrittore, poeta, traduttore e critico letterario italiano. Il male oscuro tormenta la sua vita sino alla tragedia della sua morte suicida per ingestione di barbiturici.
La recente proposta di Pavese tra le tracce della maturità, con il componimento “Passerò per Piazza di Spagna” (1950), non è solo un omaggio a uno dei giganti della letteratura italiana. È un monito silenzioso. In un mondo che troppo spesso semplifica il disagio, tornare a Cesare Pavese significa rimettere al centro della riflessione la depressione. Esaminata nella sua forma più pura e, talvolta, nella sua complicazione letale: il suicidio.
Una complicazione che la luce sul male oscuro può prevenire.
Il “Vizio Assurdo” come annientamento
Fu l’amico Davide Lajolo, nel suo saggio biografico “Il vizio assurdo”, a definire con chirurgica precisione il tormento di Pavese. Per Lajolo, questo “vizio” non era una semplice tristezza passeggera, ma un desiderio radicato di fuga dalla vita, una spinta inarrestabile dal male oscuro verso l’auto-annullamento.
Ciò che rende la condizione di Pavese così spiazzante — e per molti versi moderna — è il paradosso del successo. Il tormento non è figlio del fallimento, ma sopravvive e si nutre nonostante la popolarità, il riconoscimento critico e la conquista dei premi letterari. La depressione, come ci insegna lo scrittore, è una solitudine che nessun successo pubblico può colmare. Il male oscuro ti prende, invade la tua esistenza e se non lo riconosci prima e lo combatti poi con le dovute cure può avere un’azione devastante. Il successo, tanto desiderato, è un carico emotivo costante che ha un costo energetico continuo non facile da gestire. Lo stress cronico esaurisce anche le ultime risorse, incidendo negativamente sull’umore. Certe persone, travolte dal successo, possono non gestirlo e spegnersi nella loro vitalità sino, in alcuni casi, a porre fine alla loro esistenza.
Il male oscuro e l’immedesimazione fatale di Luigi Vannucchi
La potenza drammatica di questa riflessione si amplifica tragicamente se volgiamo lo sguardo a chi, quel “vizio assurdo“, ha dovuto indossarlo. L’opera di Lajolo fu adattata per il teatro da Diego Fabbri, e a vestire i panni di Cesare Pavese fu il grande ed indimenticabile attore Luigi Vannucchi. Un grande attore e doppiatore, formatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, nato Caltanisetta 25 novembre 1930 e morto suicida a Roma 30 agosto 1978. È molto noto per la sua bravura, eleganza, versatilità e profondità intellettuale ha lavorato con Gassman, per l’Amleto, e Squarzina sino al cinema e agli indimenticabili sceneggiati televisivi (Wikipedia).
La storia ci consegna una coincidenza che gela il sangue: Vannucchi, attore capace di un’immersione psicologica totale, si tolse la vita seguendo le medesime modalità suicidarie dello scrittore che interpretava. Anche lui, proprio come Pavese, era all’apice del successo, nel pieno di una carriera luminosa e di un ampio consenso di pubblico.
Un male oscuro che non conosce confini.
La vicenda di Vannucchi ci pone davanti a una domanda inquietante. È possibile che un attore, calandosi con tale profondità nella psiche di un uomo che ha fatto della morte il suo approdo finale, possa aver “assorbito” quel male oscuro?
Sebbene la scienza psichiatrica legga questi eventi attraverso l’analisi di fragilità preesistenti, il caso Vannucchi-Pavese rimane un potente simbolo della contagiosità del dolore. È la prova che il “male oscuro” non è solo un concetto letterario, ma una presenza reale. Una presenza che abita le pieghe della nostra esistenza, indipendentemente dalla fama o dal ruolo che ricopriamo sul palcoscenico del mondo.
Riflessioni
Oggi, citare Pavese ai giovani studenti non serve solo a valutare la loro preparazione letteraria. Serve a insegnare loro che la fragilità psichica non è un segno di debolezza, ma una condizione umana che richiede ascolto, comprensione e, soprattutto, una vigilanza costante.
Il sacrificio di Pavese e quello, quasi eco, di Vannucchi ci ricordano che il “vizio assurdo” può annidarsi ovunque. Il nostro dovere, come società e come professionisti della salute mentale, è quello di rompere il silenzio. Bisogna intervenire affinché nessuno si senta più costretto a cercare nell’annientamento la soluzione al proprio, insopportabile male oscuro sul quale dobbiamo fare luce.
Luce è informazione, divulgazione, prevenzione ed ascolto.
Gianluca Lisa
Bibliografia
- Cesare Pavese Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Pavese
- Luigi Vannucchi Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Vannucchi
Disegni di Gianluca Lisa, “Cesare Pavese” e “Luigi Vannucchi”, 2026







