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Taedium vitae e depressione nell’antica Roma

La depressione o taedium vitae, come la chiamavano gli antichi romani, era una patologia piuttosto diffusa nell’Antica Roma. A nulla serve cercare di evadere con viaggi e distrazioni perché non si scappa da sé stessi.

Le origini del taedium vitae

La cultura degli antichi romani, come la filosofia, la scienza medica e numerose discipline, dall’arte alla religione, furono molto influenzate dallo scibile dell’antica Grecia. Il taedium vitae e l’atrabile sostituirono la melancholia ippocratica.

Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori. Il sangue, proveniente dal cuore, la flegma generata dal cervello, la bile gialla fornita dal fegato, la bile nera secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell’organismo, oltre che da fattori esterni, come il clima o il cibo. Il prevalere dell’umore nero portava ad un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e cholé bile) (Proietti G, sito 1).

I romani, nel chiamare la bile nera atrabile (atra bilis), fecero una scelta semantica significativa. A differenza dell’aggettivo nero (niger), che si riferisce solo al colore, con ater dettero una caratteristica negativa, un’oscurità che è anche interiore. Essi sostituirono la credenza arcaica animistica della depressione, inferta dalla dea Murcia, con la teoria ippocratica dei quattro umori. La dea Murcia con il suo influsso malefico (murcidus, da cui il nostro “marcio”) rendeva apatico, rallentato, immobile e faceva “marcire” l’animo umano e lo deprimeva. Se il pensiero medico greco aveva inteso la malinconia come vera e propria patologia fisica legata alla “bile nera”, nel mondo romano essa pare riferirsi non più solo alla sfera del corpo ma a quella della mente e dei suoi fantasmi (Puliga D, 2017).  

Un contributo originale del libro di Donatella Puliga “La depressione è una dea” sta nell’aver individuato una differenza semantica tra la nostra parola depressione (de-pressione, pressione verso il basso, schiacciamento) ed il “marcire”, andare in putrefazione, degli antichi romani. L’animus, la sede delle facoltà psichiche nel cervello, poteva decomporsi al pari della materia organica.

Taedium vitae e arte medica a Roma

Rufo di Efeso (I-II secolo d.C.) descrisse i gradi e tipi della melanconia. In particolare una forma in cui la bile nera infetta il sangue, un’altra in cui colpisce solo la testa e un’altra ancora che provoca l’ipocondria. Sostenne infine che i suoi pazienti melanconici soffrivano a causa dell’accumulo dei fluidi sessuali, la cui putrefazione infettava il cervello.

Nel II secolo d.C., Areteo di Cappadocia, medico greco che esercitò a Roma fu uno tra i maggiori esponenti della scuola eclettica. Egli unì esperienze della medicina empirica con quella scientifica, studiò la mania e la depressione e credeva in un’anima materiale. Essa era presente nel corpo e si manifestava con il calore nella collera, arrossando il volto, mentre l’ansia produceva pallore. Il livello della bile nera «poteva essere aumentato dallo sgomento e dall’ira eccessiva». Pertanto, siccome umori e sentimenti si influenzavano a vicenda, un raffreddamento dell’energia vitale dell’anima poteva portare a gravi disturbi dell’umore. Questi, a loro volta, potevano determinare un raffreddamento della bile. Areteo parla anche di momenti durante i quali l’angoscia esistenziale si alterna con uno stato di smodata euforia. Siamo pertanto di fronte a quei sintomi che nel linguaggio della psichiatria moderna qualificano il cosiddetto “disturbo bipolare” (Solomon A, 2001).

Galeno e gli squilibri umorali

Claudio Galeno, nato nel II secolo d.C., medico personale dell’imperatore Marco Aurelio cercò di sintetizzare l’opera dei suoi predecessori in chiave neuropsicologica.

Galeno credeva in un’anima fisica, la nostra psiche, situata nel cervello. Combinando la teoria dei quattro umori con la temperatura e l’umidità, formulò la tesi dei nove temperamenti, ciascuno corrispondente a un tipo di anima. Uno di essi presentava i segni della melanconia, concepita non come malattia ma come tratto della personalità. «Taluni uomini sono per natura ansiosi, depressi, preoccupati e sempre meditabondi; il medico non può far molto per loro» (Solomon A, 2001).

Credeva che la melanconia poteva essere causata da un danno cerebrale o essere causata da fattori esterni che avevano modificato il funzionamento del cervello. Con lo squilibrio umorale la bile nera poteva salire fino al cervello ed essiccarlo, il che causava danni alla personalità. L’umore, come una tenebra, invadeva la sede dell’anima, in cui si trova la ragione.

Galeno, fu più incline all’approccio psicobiologico che filosofico e critico con coloro che credevano che la melanconia fosse causata da fattori emozionali. Riteneva che questi ultimi potessero aggravare una mente già alterata da uno squilibrio umorale. Galeno condivideva inoltre la convinzione di Rufo quanto alle disastrose conseguenze di un mancato sfogo sessuale. (Solomon A, 2001).

Il taedium vitae di Seneca

Eduardo Barrón, Nerón y Séneca, gesso parzialmente policromo (1904), Museo del Prado. Foto di OutisnnCC BY-SA 3.0

Il taedium vitae è un profondo sentimento di sconforto, di malinconia o anche di franca depressione. L’angoscia del “mal di vivere” ci assale e non sappiamo come fare per mitigarla o ignorarla. Si cerca invano di fuggire da essa, senza però riuscirci. La noia, il taedium vitae, l’abulia per il quotidiano è molto forte e allora si cerca di evadere con il fisico e con la mente. Si cerca di viaggiare, di vedere e cercare posti nuovi e nuove esperienze o ci si chiude in un mondo fantastico. Ma non si fugge da sé stessi. <<Perché ti meravigli che non ti giovino per nulla i viaggi, dal momento che ti sposti sempre con te stesso?>> scriveva Seneca (sito 2).

Per Seneca, il taedium vitae colpisce l’uomo che, perdendo ogni contatto con sé stesso, insoddisfatto della vita, consapevole della realtà, fugge e non affronta le avversità. L’uomo del 1 sec. d.C., per via dell’alto tenore di vita raggiunto, dell’ozio e della mancanza di alternative si abbandona al taedium vitae e all’insoddisfazione. Seneca dice che occorre avere fiducia in sé stessi e ricercare la “tranquillitas”, obiettivo raggiungibile, utile per porre rimedio al taedium vitae. Non bisogna lasciarsi andare o farsi turbare da ciò che ci accade intorno. Si è insoddisfatti degli obiettivi raggiunti per la propria volubilità e per il voler sempre qualcosa di più, o per fermarsi dopo averlo ottenuto e poi lasciarsi andare.

Lucrezio, Orazio ed il “mal di vivere”

Prima di Seneca, Lucrezio e Orazio hanno affrontato lo stesso argomento. Seneca aveva fatto rifermenti ad un passo di Lucrezio dal ‘’De rerum natura’’ sul taedium vitae. La natura si rivolge all’uomo che non contento di quello che ha nella vita e preso dalla noia vorrebbe raggiungere nuove esperienze. In questo passo la natura dice che non potrebbe trovare nulla di nuovo per l’uomo perché ogni cosa si ripeterebbe sempre identica a sé stessa.

Lucrezio nel “De rerum Natura” (sito 3) descrive molto bene questa insofferenza, odio e taedium vitae. <<Sbadiglia immediatamente, come ha toccato la soglia della villa, o sprofonda pesantemente nel sonno e cerca l’oblio, o anche, con gran fretta, si dirige verso la città e torna a rivederla. In questo modo ciascuno fugge sé stesso, ma a quel sé stesso cui naturalmente, come avviene, non è possibile sfuggire, suo malgrado resta attaccato e lo odia>>.  

Nel II libro delle Satire Orazio (sito 4) afferma <<Aggiungi anche questa stessa cosa, che tu non riesci a raccoglierti in te stesso per lo spazio di un’ora, né a impiegare giustamente i momenti di riposo, ma eviti te stesso come un profugo o un disertore, cercando di ingannare l’angoscia col vino e col sonno; ma invano! Infatti essa come una tenebrosa compagna ti opprime e, se tu scappi, ti insegue!>>.

In Orazio non c’è l’atteggiamento sdegnato e polemico di Lucrezio, ma di comprensione con la consapevolezza che sia uno stadio della vita. Riflessione che fa nella fase finale della sua vita. Orazio parla di “strenua inertia” e tutti e tre gli autori, rivolgendosi ad un interlocutore fittizio spiegano che al malato di taedium vitae non giova l’evasione dalla triste realtà. Il loro è un male interiore, che non dipende dal luogo in cui si vive, ma dal rapporto che si ha con sé stesso.

Conclusioni

Non si può non essere d’accordo con gli antichi autori sulla necessità di reagire al taedium vitae e non farsi prendere dalla noia, dalla volubilità, dall’appagamento o dalla voglia di evasione. Purtroppo però, alla luce delle moderne ricerche scientifiche, quando si ha la depressione, non basta la buona volontà. Oltre a seguire i vari consigli citati, è necessario prendersi cura di sé con una adeguata terapia psicologica, farmacologica, sociale riabilitativa e con interventi specifici ed integrati. Non abbandonarti o vergognarti della tua sofferenza, consulta chi può darti un aiuto specialistico.

Maurilio Tavormina

Bibliografia

  1. Puliga D. (2017) La depressione è una dea. I romani e il male oscuro. Il Mulino, 2017
  2. Solomon A. (2001) Il demone di mezzogiorno. Depressione: la storia, la scienza e le cure. Mondadori, pag 326-29

Sitografia

  1. Proietti G. Storia della follia (2020) https://www.psicolinea.it/storia-della-follia/
  2. Seneca, Epistula ad Lucilium XXVIII http://www.poesialatina.it/_ns/Greek/tt2/Seneca/Lucil028.html
  3. Lucrezio, “De rerum natura” http://www.bibliotecamarxista.org/lucrezio%20tito%20caro/de%20rerum%20natura.htm
  4. Orazio, “II Libro delle Satire” https://tieniinmanolaluce.me/tag/strenua-inertia/#:~:text=Di%20Orazio%20%C3%A8%20giustamente%20famosa,%C3%A8%20fonte%20di%20continua%20inquietudine.
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