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Il gioco e i bambini

Nella fase prescolare della vita di un bambino, ogni qualvolta si renda necessario un intervento di aiuto psicologico, è possibile agire efficacemente attraverso il gioco. Infatti, per i bambini il gioco è un mezzo di comunicazione naturale appropriato al loro sviluppo, che permette di oltrepassare le difficoltà causate da capacità verbali non del tutto mature.

Le origini

Il gioco è un’attività umana che ha ricevuto nel corso del tempo l’attenzione da parte di numerosi studiosi. Filosofi, psicologi, storici, pedagogisti, biologi hanno concordato sul fatto che si tratti di un libero esercizio che si realizza unicamente per il piacere che se ne ricava.

Come affermava lo storico Johann Huizinga nella celebre opera Homo ludens, del 1938, il gioco è «un’azione libera, avvertita come fittizia e situata al di fuori della vita concreta, capace di assorbire totalmente l’individuo. Un’azione non legata a interessi materiali o utilitari, che si svolge in un tempo e uno spazio espressamente definiti, secondo regole prefissate.».

La stanza del gioco

Negli anni ’30 del Novecento, la psicoanalista infantile viennese Melanie Klein iniziava a utilizzare per la prima volta il gioco come terapia. Ella aveva creato nel suo studio un apposito ambiente, chiamato stanza del gioco, pensato specificamente in funzione del bambino. La stanza conteneva mobili semplici, un tavolino e una sediolina, una sedia per l’analista, giocattoli vari (non meccanici), materiali per costruire e manipolare.

Anche i materiali portati spontaneamente dai bambini entravano nel lavoro analitico. Molte delle attività erano a volte esercitate con oggetti della vita quotidiana come pentole, bicchieri e stoviglie. Frequenti e significativi erano anche i giochi di ruolo.

Attraverso un gioco totalmente libero e spontaneo il bambino esprimeva le sue emozioni, i timori, i desideri, i conflitti inconsci. La Klein si limitava a osservare e prendere nota di quanto accadeva. Solo quando esplicitamente richiesto dal piccolo paziente, ella poteva intervenire e partecipare al gioco.

La varietà delle situazioni emotive che potevano essere espresse attraverso l’attività di gioco era illimitata: frustrazione, gelosia, rabbia, odio, amore. Il lavoro diretto con bambini anche molto piccoli fu determinante per la Klein al fine di studiare gli impulsi negativi, le angosce e le fantasie che sconvolgevano la quiete infantile.

Venivano analizzati tutti gli aspetti del gioco del bambino: i materiali scelti, i manufatti realizzati, in che modo venivano usati i giocattoli e anche i ruoli interpretati, i comportamenti distruttivi e aggressivi. Obiettivo della terapia era quello di aiutare il bambino a superare i suoi conflitti interiori e a controllare il suo senso di colpa.

La psicoterapia del gioco

Anche al giorno d’oggi, il gioco è considerato lo strumento più efficace per conoscere in profondità i vissuti del bambino ed esplorarne pensieri e sentimenti. A causa di un pensiero di natura egocentrica, concreta e irrazionale e di un linguaggio non ancora pienamente sviluppato sarebbe, infatti, impossibile applicare una psicoterapia prettamente verbale.

Il gioco è il linguaggio del bambino attraverso cui manifesta ed esprime i propri bisogni. Grazie a esso è possibile vivere intensi momenti di comunicazione al di là delle parole.

Secondo la psicologa Sandra Russ, il gioco svolge 4 funzioni generali importanti:

1- è un mezzo per conoscere e comprendere i vissuti del bambino.

2- è un veicolo per esprimere sentimenti e pensieri.

3- è una forma efficace di comunicazione fra il terapeuta e il piccolo paziente.

4- è un’opportunità per apprendere comportamenti adattivi e mettere in pratica idee.

Nel 1993 vede il suo inizio la Play Therapy Cognitivo-Comportamentale grazie al lavoro di Susan M. Knell, psicologa clinica e psicoterapeuta dell’età evolutiva. Si tratta di un tipo di approccio strutturato, direttivo e orientato agli obiettivi. Ella, infatti, considera il gioco un agente terapeutico nei confronti di problemi emotivi e comportamentali.

Attraverso puppets, animali di peluche, libri e vari giochi possono essere modellate le strategie cognitive dei bambini per insegnare loro un nuovo modo di giocare, orientato a risolvere problemi, costruire relazioni e facilitare cambiamenti nel comportamento.

Anche in questo tipo di terapia, come in passato, viene utilizzato un ambiente apposito, ovvero una stanza dei giochi detta playroom. In tale ambiente, il bambino è libero di esprimersi e di essere pienamente sé stesso. Tuttavia, esiste anche un tempo di gioco strutturato, in cui il terapeuta può intervenire modellando il bambino verso comportamenti funzionali al suo sviluppo.

La pedagogia del gioco

Anche in ambito pedagogico clinico il gioco è considerato un importante strumento espressivo e comunicativo, oltre che di apprendimento. Esso costituisce, infatti, un modo per entrare in relazione con sé stessi e con gli altri, per esplorare e raccontare le proprie emozioni.

Giochi di vario tipo si trovano negli scaffali degli studi di ogni pedagogista, alla portata del bambino, affinché egli possa accedervi con facilità e scegliere il preferito. Si può trattare di animali in resina, costruzioni, plastilina, automobiline, peluche, burattini a dito, bambolotti, piantine in plastica.

La tecnica del gioco libero aiuta a esprimere i propri disagi, le paure, i desideri e anche le proprie esperienze reali di vita in maniera simbolica. L’intento è quello di esteriorizzare in modo costruttivo gli intimi conflitti e di allentare tensioni e ansie, ma allo stesso tempo di imparare a crescere e scoprire le proprie potenzialità nascoste. Ancora una volta i giocattoli rappresentano le parole dei bambini.

Durante il gioco si crea una narrazione di sé in cui vengono immaginate e create storie sempre diverse. Animali e burattini stimolano l’associazione con fatti e momenti della propria storia personale e familiare e consentono di canalizzare rabbia e frustrazioni, difficoltà e problemi. Personaggi e situazioni prendono forma e affrontano fasi difficili, battaglie e lotte, ma infine giungono sempre a una soluzione e a una pacificazione.

Conclusioni

Attraverso le attività educative ludiche il bambino simboleggia i propri vissuti in maniera creativa ed elabora nuove modalità di comprensione e di adattamento al mondo attraverso le proprie capacità, in un ambiente libero e non giudicante, in cui il partner adulto rimane disponibile come presenza rassicurante.

La relazione calorosa ed empatica fondata sulla fiducia, il rispetto e l’accettazione favorisce, infatti, la nascita di momenti dinamici di interscambio ludico che condurranno, attraverso nuove modalità di interazione, a ripristinare e recuperare l’equilibrio emozionale-affettivo smarrito.

Dominique Tavormina

studio@dottoressatavormina.it

www.dottoressatavormina.it

Bibliografia

  1. Geraci Maria Angela: La play therapy cognitivo comportamentale. Armando Editore, Roma 2022.
  2. Huizinga Johann: Homo ludens. Einaudi, Torino 2002.
  3. Klein Melanie: La psicoanalisi dei bambini. Martinelli Editore, Firenze 1988.
  4. Knell, Susan M. (1998). Il gioco in psicoterapia: nuove applicazioni cliniche. Edizione italiana a cura di Francesca Pergolizzi. McGraw-Hill Companies.
  5. Pesci Guido, Pesci Anna: Pedagogia clinica in classe. Edizioni Magi, Roma 1999.
  6. Russ Sandra: Play in child development and psychotherapy: Toward empirically supported practice. Routledge, Londra 2003.

Foto: Envato Elements

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