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Mi vedete? La depressione giovanile di Dafne

Un cortometraggio che parla di depressione giovanile portando alla luce il forte disagio di molti giovani depressi che, restando nell’ombra, non vengono visti.

Introduzione

«Mi Vedete?» è un cortometraggio presentato al Giffoni Next Generation nel 2022. Lanciato all’interno del progetto adoleSCIENZE da Lundbeck Italia in collaborazione con Havas Life per sensibilizzare sulla depressione giovanile. Scritto dallo sceneggiatore Manlio Castagna e diretto dal regista Alessandro Riccardi, è stato realizzato con il supporto scientifico di un Board Scientifico di clinici. (1)

Dafne: la protagonista del corto sulla depressione giovanile

Dafne è una adolescente di 16 anni, rintanata in una stanza. Le tende chiuse, «le apro io dopo» dice alla madre che tenta di aprirle. Non mangia, spilucca nel piatto. Le occhiaie. Incomprensioni con il padre: «ma come fai a stare sempre così moscia, io all’età tua mi dovevano sparare per stare fermo!». Padre che non comprende, che non la vede, non la ascolta. Non ascolta la sua sofferenza. Non comprende la sua depressione.  La depressione giovanile di sua figlia Dafne. «Sei sempre buttata sul letto a non fare niente! Ma non ti vergogni!» le dice a tavola. E si sente fuori campo una voce femminile che le dice: «non potranno mai capirti». (3)

Dafne e la sua ombra

Efficace espediente scenico è la presenza della deuteragonista, sottoforma di ombra della ragazza che simboleggia la sua depressione giovanile. La depressione di Dafne irrompe intrusiva ed invadente nella sua giovane vita. Assume le sembianze di una vera e propria presenza fisica. Un’ombra che accompagna Dafne costantemente, restando però invisibile agli occhi dei genitori. Non riescono a vederla! Perché sono impreparati e spaventati di fronte a ciò che semplicemente non conoscono. Soprattutto il padre che legge tutto in termini di adolescenza, urlando alla moglie «non è pazza come tua madre…Dafne non è malata».

La depressione giovanile e il suicidio

L’ombra le dice «sei brutta», «non ti muovere!», «non serve a niente uscire da quel letto!».

Le offre una lametta dicendole «non sarai mai più felice». Dafne si tagliuzza. E dopo, Dafne scrive sul pc: «Mi sveglio pregando che la giornata finisca presto. E invece dura sempre troppo».

Alla disperazione di Dafne l’ombra le dice: «una via d’uscita ci sarebbe» indicandole la finestra. Il tentativo di suicidio o meglio il suicidio mancato, irrompe nella vita dei genitori. Con il supporto di una psichiatra riusciranno finalmente a vedere e riconoscere la malattia della figlia. Una depressione giovanile che viene urlata da una Dafne disperata. E che se fosse stata vista, ascoltata e curata non sarebbe giunta al gesto autolesivo. (2)

La guarigione di Dafne dalla depressione giovanile

Una voce fuori campo nelle scene finali così sussurra: «La guarigione in questi casi è un processo. È lungo, non illudiamoci ma si può riuscire. La prima mossa è riuscire a vincere la diffidenza nei confronti della possibilità di essere compresi e aiutati. Il secondo passo è aiutarlo a prendere consapevolezza del suo stato, del suo star male. Dobbiamo fargli capire che possiamo accogliere la sua sofferenza senza paura, senza giudicare, ascoltando davvero. L’ascolto è fondamentale. Devo passare il concetto che la sentiamo, che la vediamo». Il cortometraggio si conclude con Dafne che ci dice: «e voi? voi mi vedete?». (3)

Il suicidio e la depressione giovanile

Non esiste un profilo di personalità dell’adolescente suicida o una patologia psichiatrica stabilita. Se, però, coesistono una dimensione depressiva, impulsività, vulnerabilità, bassa resilienza e ridotta tolleranza al dolore, il rischio è più elevato. Ogni gesto auto-lesivo, qualunque sia la gravità, va sempre considerato come una richiesta e non vanno sminuiti né sottostimati i gesti o le frasi di togliersi la vita. Il suicidio è anche rottura di legami: con sé stesso ma anche con il mondo esterno.

La famiglia, gli amori, gli amici

Il passaggio all’atto è un processo: non viene deciso in maniera estemporanea. Nasce e scaturisce a partire da un’impressione di malessere, malessere che nella maggior parte dei casi viene misconosciuto o comunque non ascoltato. La depressione non viene capita. Accade spesso che il malessere non venga affatto palesato. Quando persiste, l’idea di morte appare come una luce risolutiva e rinfrancante. L’idea diventa ideazione, ad ogni difficoltà si ripresenta e si impone alla psiche a tal punto da trasformarsi in idea prevalente.  Iniziano gli scenari, si pianifica l’atto.

E sarà sufficiente una scintilla per appiccare il fuoco! (4)

Conclusioni

Teniamo presente che un giovane che tenta di darsi la morte è un giovane che vorrebbe vivere…solo che vorrebbe vivere in maniera diversa. E non sa come riuscirci! La sofferenza, la disperazione presente nella depressione giovanile è caratterizzata da solitudine ed isolamento. Isolamento che favorisce la sensazione di essere travolti da una angoscia e da una sofferenza senza soluzione. Questo cortometraggio ha la finalità di sensibilizzare, informare e rendere consapevoli sulle malattie mentali in età adolescenziale. E di superare lo stigma. Stigma che è nei giovani stessi,  a disagio nel parlare di malessere psichico. Perché la depressione fa paura. Superare lo stigma significa curarsi e guarire, quindi vivere.

Immacolata d’Errico

Sitografia

  1. http://www.donnainsalute.it/news/mi-vedete-il-corto-sulla-depressione-nei-giovani-presentato-al-giffoni-film-festival/
  2. https://insiemeperlasalutementale.it/wp-content/uploads/2022/07/CS-presentazione-Mi-vedete_Giffoni-Film-Festival-2022-1.pdf
  3. https://www.youtube.com/watch?v=UP9U7eeK09M
  4. https://www.youtube.com/watch?v=ZFh7_pLMF7k&t=610s
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