Introduzione
La genialità di Pablo Picasso è indissolubilmente legata a una personalità complessa che molti studiosi inquadrano con i tratti narcisistici, sadismo relazionale e possibili disturbi dell’apprendimento. Da un lato, il suo costante rinnovarsi lo ha reso il simbolo della creatività moderna. Ma dall’altro, il suo “lato oscuro” ha lasciato una scia di sofferenza psichica nelle persone a lui vicine. Amare un narcisista maligno non è un legame affettivo positivo, ma è una forma di sopravvivenza emotiva.
Mentre un partner sano cerca reciprocità, il narcisista maligno cerca il dominio assoluto attraverso una combinazione distruttiva di narcisismo, psicopatia e sadismo (Attili,2017; Cancrini, 2013).
Picasso distruggeva le sue donne. Non solo metaforicamente. Marie-Thérèse Walter si tolse la vita quattro anni dopo la morte dell’artista. Dora Maar, la fotografa geniale che lui ritrasse come “La donna che piange”, finì in istituti psichiatrici. Jacqueline Roque, la sua seconda moglie, si sparò alla testa tredici anni dopo la scomparsa del grande pittore.
Il copione era sempre lo stesso: trovava una donna giovane, brillante, la rendeva musa, la consumava e quando si stancava, la lasciava a pezzi. Le considerava dee o zerbini, semplicemente oggetti da distruggere. Tutte si rompevano. Tutte tranne una. Lui la dipinse centinaia di volte, la definì “la donna che vede troppo”. Aveva ragione il genio. Lei vide ciò che le altre non avevano osato vedere: la trappola.
La sfida al “Minotauro“
Françoise Gilot incontrò Picasso a Parigi nel 1943: lei era una giovane e promettente pittrice di 21 anni, lui un maestro affermato di 61. A quell’epoca la capitale francese era sotto l’occupazione nazista. Picasso, incuriosito da quella personalità frizzante ed intelligente, provò a sedurla nonostante la differenza di età. Le disse: “Sei così giovane. Potrei essere tuo padre.” Lei rispose, senza abbassare lo sguardo: “Tu non sei mio padre”. Esprimendo da subito tutta la sua forte personalità: un diamante.
I due vissero una relazione conflittuale durata circa dieci anni, dalla quale nacquero i figli Claude e Paloma. La loro storia fu segnata da un paradosso: Picasso la chiamava “la donna fiore”, ma cercava costantemente di piegare la sua volontà. Tuttavia, Françoise non fu mai una vittima passiva. Quando nel 1953 decise di lasciarlo, Picasso reagì con incredulità e arroganza, affermando: «Nessuno lascia Picasso». Lei rispose semplicemente: «Vedrai», e se ne andò portando con sé i figli. E fu l’unica donna che riuscì davvero ad andarsene.
Amare non idolatrare e poi distruggere
La consapevolezza di sentirsi un oggetto, incapace di essere amato ma lentamente consumato è stato per Françoise la sua salvezza. A differenza delle altre vittime la giovane artista non si ammalò e mantenne forza e lucidità per scappare e non amare perdutamente. Si scoprì a 32 anni invecchiata e con i segni delle torture psicologiche scritte sul viso e sul corpo. Non ne poteva più.
Picasso era incapace di amare. Egli morì nel 1973, a 91 anni, solo, circondato dai suoi quadri. Françoise, invece, visse libera e amata fino al 2023. Morì a 101 anni serenamente. Ha dipinto, amato, insegnato, ispirato. Ha visto i suoi figli crescere e la sua arte brillare. Ha dimostrato che si può amare senza annullarsi.
La vendetta e il successo letterario
Il rifiuto di Françoise scatenò l’ira del pittore, che cercò di distruggere la sua carriera boicottandola presso i galleristi. Picasso ferito e depresso, si scaglia contro l’origine del suo male. La depressione nel contesto del narcisismo patologico, infatti, è una condizione complessa spesso definita come depressione anaclitica narcisista (Recalcati, 2019; Singer, 1998), caratterizzata da sentimenti di rabbia. Si manifesta quando l’immagine grandiosa del Sé crolla, lasciando emergere un profondo senso di vuoto e inutilità.
La ribellione definitiva della giovane pittrice avvenne nel 1964 con la pubblicazione del libro “La mia vita con Picasso”. Picasso intentò tre cause legali per impedire la pubblicazione del libro, perdendole tutte perché la Gilot riuscì a dimostrare la veridicità dei suoi racconti. Il libro svelò al mondo il lato oscuro e misogino dell’artista, rendendo Françoise una figura iconica di emancipazione.
Amare una vita oltre l’ombra del maestro
Dopo Picasso, Françoise Gilot continuò a dipingere con successo, esponendo in prestigiosi musei come il MoMA di New York e il Centre Pompidou di Parigi. In seguito sposò lo scienziato Jonas Salk, inventore del vaccino antipolio. Con lui trovò ciò che Picasso non le avrebbe mai dato: un amore fatto di rispetto, non di potere; una genialità investita a salvare il mondo, non a distruggerlo.
La sua storia resta il più grande atto di creazione di una donna che ha rifiutato di essere trasformata in un semplice oggetto d’arte.
Conclusioni
Gilot ha scelto per amor proprio e per amore dei propri figli di non essere vittima sacrificale di una mente malata. Ha scelto di sbocciare ed incantare gli altri con le sue doti, consapevole che il suo fuoco non potesse essere spento, se non per sua volontà. Ha scelto di amare. Picasso la dipinse cento volte, cercando di catturarla. Ma fu Françoise a dipingere il proprio destino.
“Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse rimanere soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo” affermava Robin Williams.
Alba Cervone
Bibliografia
- Attili G., Il cervello in amore, Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, il Mulino, Bologna, 2017
- Cacrini L., La cura delle infanzie infelici, Raffele Cortina ed.,2013
- From E.: L’arte di amare, Mondadori, 1969
- Recalcati M: Mantieni il bacio, Feltrinelli editore, 2019
- Singer M., Lalich J.T., Psicoterapie «Folli». Conoscerle e difendersi – Erickson, 1998
Sitografia
https://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Gilot
Miti, muse e modelle: La femme-fleur, su www.guggenheim-venice.it.
Instagram: gruppo giovani Eda Italia onlus
Foto: Francoise Gilot, fonte Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Gilot







