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Prevenzione, pandemia e depressione: una questione di sguardo

La prevenzione della depressione al tempo del Covid-19 induce ad essere pronti a guardare il diverso significato che il pericolo del contagio comporta in noi.

 “Ho una doppia sensazione. Non vedo solo la realtà, sento anche la sensazione che la realtà mi provoca” (Edmund Husserl)

La pandemia COVID- 19 è iniziata nel 2019 ed è ancora in corso. Essa ha significato numerosi decessi, perdite, ma anche continua paura del contatto, del contagio e della malattia. Inoltre è presente l’attesa e la speranza, anch’esse continue, di una cura precisa prima e di prevenzione poi, in modo da essere immuni. Tutto questo costituisce per la mente uno stimolo continuo, stressante e minaccioso allo stesso tempo.


La necessità di chiudersi, evitare contatti e relazioni diventa un “decreto” di prevenzione necessario da rispettare e viene a regolare una nuova quotidianità. La paura del contagio e del contatto si aggiungono. Questa diventa timore anche crescente del contatto con ciò che avviene fuori, nel mondo reale, ma anche con ciò che si muove nell’animo proprio di ognuno, come la paura della fine e della morte.

Il vissuto emotivo


Ogni certezza viene meno: è insicuro ogni aspetto che definisce la propria identità nelle abitudini quotidiane. La certezza della propria sopravvivenza materiale ed emotiva viene meno. Quello che accade fuori, il rischio di contagiarsi ed ammalarsi nonostante le misure di prevenzione, di sicurezza, i decreti e i controlli, è vissuto come qualcosa che è successo e non si può cambiare (Bibring E., 1953) e la persona stessa si percepisce come inerme e impotente.

Viene rifiutato il vivere le cose come stanno realmente ed essere sé stessi diventa faticoso, spesso anzi attaccato fino a fermare la quotidianità. Subentra l’impotenza, il rifiuto della realtà da rispettare e vivere nei decreti e nelle regole, il rifiuto di una propria vita quotidiana, alla quale è chiesto di adattarsi per sopravvivere. Ma non è facile adattare “un essere sé stessi” pensato solo in un certo modo e non turbato da stimoli e minacce.

La quotidianità diventa difficile da vivere, sentimenti di fine si affacciano sulla sopravvivenza. Il corpo pesa, crea fastidio, ma è anche l’unico mezzo per proteggersi dal rischio di contatto e contagio, oltre che per ‘vivere’ propri bisogni e disagi. Quelle angosce primarie, che ognuno di noi ha affrontato e vissuto nel diventare prima adolescente e poi adulto, ritornano. Esse si amplificano nel contatto con una realtà spaventosa come quella del rischio di contagio del COVID: la salute fisica, la salvezza dell’anima, e la sussistenza materiale sono in pericolo (Schneider, 1954).

Il vissuto depressivo


Nel vissuto depressivo la realtà non ha possibilità di essere vista diversamente. Non è pensabile adattarsi ad essa nella depressione e ci si allontana progressivamente da una visione critica, oltre che dalla possibilità di relazionarsi agli altri. Non è pensabile una consapevolezza di sé, né della relazione con gli altri e/o con il mondo. E tutto questo è vissuto con grande angoscia che accompagna tutti gli aspetti della quotidianità.

Viene richiamato un profondo senso di solitudine, profonda e colpevole: il depresso si allontana da tutti, anche dagli affetti, per sopravvivere a sé stesso. Questa è una necessità vissuta peraltro con colpa per aver compromesso un ideale di mondo costruito nel tempo (Segal, 1964) è una percezione integrata del proprio Sé, non è possibile indipendentemente” prima dall’ideale di sé stesso e del mondo e poi dal sintomo (Gunsberg L. et al., 1995).


Mente e corpo viaggiano così su piani differenti, presentandosi in diverse forme depressive. Ma è possibile riparare? La prevenzione può impedire che la tristezza divenga depressione? Il termine riparazione, significa praticare dei tentativi per rimediare a un danno portato da una realtà inaccettabile, come appunto la pandemia e le regole che ne conseguono. Viene richiesta un’appartenenza a sé che possa ripararsi, che chiama a una ridefinizione continua, uno sguardo ripetuto e sempre pronto a riguardare, capace di consigliare sempre soluzioni possibili.


Ciò significa acquisire la posizione depressiva, poter riparare al “danno” che l’evento esterno inevitabilmente comporta al sentire depressivo. Tale posizione si conquista, con l’aiuto di un terapeuta -di un’altra mente-, attraverso continui ritorni e sguardi: fantasie ed attività che risolvono le angosce depressive (Segal, 1964) in un essere sé sempre più integrato e in pace con sé stesso.


La conquista del riconoscimento di una malinconia sempre più pensabile, che non diventa depressione, significa non cedere a vissuti pervasivi depressivi di immobilità, rispetto alla crisi scatenata da una realtà sempre difficile da vivere ed accettare per il depresso. Significa fare prevenzione e peraltro essere pronti ad investire e reinvestire la stessa realtà, in un modo possibile e sempre diversamente pensabile.


Quindi la prevenzione della depressione in pandemia deve tenere conto dello stimolo, anche minaccioso, ma anche del senso che questo può avere sull’Essere sé stessi nella propria vita, aprendosi a possibilità altre, soluzioni possibili, diverse per ognuno, rispetto ad abitudini solo apparentemente sempre uguali.

Federica Vellante

Bibliografia

1. Schneider K: Psicopatologia Clinica, Sansoni, 1954
2. Gunsberg L: Ownership of the body and mind: developmental considerations for adult psychoanalytic treatment. Psychoanal Rev 1995 Apr;82(2):257-66.
3. Segal H: (1964) Introduzione all’opera di Malanie Klein, Martinelli 1975
4. Klein M: (1921-1958) Scritti 1921-1958, Boringhieri 1978.
5. Bibring E: (1953) Il meccanismo della depressione. In: Il significato della disperazione (a cura di W. Gaylin), Astrolabio Ed., Roma, 1973.

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