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Foto da un manicomio, per non dimenticare

Una intervista all’artista Loredana Moretti per le sue foto dell’ex manicomio di Lecce. Foto “parlanti” di una profonda sofferenza: luce su un vuoto di angosciante solitudine e dolore.

Introduzione

La chiusura del “manicomio” di Lecce ha portato la fotografa Loredana Moretti, attraverso il suo lavoro fotografico, a un viaggio nella memoria dell’esperienza manicomiale. Ricostruire un tempo e un luogo per non dimenticare. Loredana Moretti nasce a Bari nel 1966. Fotografa dal 1990. La sua fotografia è caratterizzata da una spiccata sensibilità introspettiva. Si occupa prevalentemente di fotografia di ricerca e di impegno sociale, con particolare attenzione al disagio mentale. È un’artista affermata in campo nazionale ed internazionale.

Intervista

Id’E- Cosa ti ha portata a compiere questo lavoro fotografico sul manicomio di Lecce?

L.M.- Sin da bambina ero attratta ed impaurita dalla malattia mentale. La percepivo come una realtà estremamente sofferta, molto soffocata e celata dai media. Nelle mie fantasie di bambina ero terrorizzata dal timore di poter avere la stessa sorte e di non poter essere aiutata da nessuno. Un giorno, moltissimi anni fa, ebbi modo di andare a far visita alla zia di un mio conoscente che era ricoverata nel manicomio di Bisceglie. Era tutto molto simile a come lo avevo immaginato. Era il giorno di San Valentino e lì mi accolse una donna che mi aveva scambiato per sua figlia. Mi regalò la sua rosa rossa e io la assecondai sperando di regalarle un momento di gioia. Poi un infermiere le disse di salutarmi e la porto via. Lei era bellissima, tranquilla e dolcissima.

Id’E- Quando hai realizzato questo lavoro? Me lo descrivi?

L.M.- Nel 2000. Nell’ex OPIS (Ospedale Psichiatrico Interregionale Salentino) di Lecce. L’ospedale era stato definitivamente chiuso nel 1998 in applicazione della “legge Basaglia”. Ho fotografato tutti i padiglioni dove hanno vissuto i pazienti. Ma anche le zone di servizio come la cucina, la lavanderia, i depositi e l’antica chiesa di San Giacomo. Chiesa che era annessa al convento sede dei Frati Alcantarini e attorno alla quale è stato costruito l’intero manicomio a partire dal 1901. Ho utilizzato pellicole medio formato 6×6 colore ed una parte in Polaroid. Per i miei scatti ho scelto le ore del giorno più calde e più forti per la luce. Avevo bisogno che la luce entrasse pienamente in quei luoghi, passando attraverso le enormi finestre, per raccontare il vuoto positivo di quei momenti.

Foto da un manicomio, per non dimenticare -D
“Ex OPIS”, 2000. Foto di Loredana Moretti, per gentile concessione

Id’E- Che effetto ti ha fatto essere lì, sola, in quel luogo, il manicomio, che ha racchiuso dentro di sé storie di dolore?

L.M.– Non mi sono sentita sola perché ho sentito accanto a me l’invisibile presenza del dolore straziante, del coraggio infinito di chi ha resistito, del vuoto di chi ci ha lasciato. Il mio percorso è iniziato dal vuoto, dall’assenza, dalla storia passata. Lì ho compreso cosa rappresentasse quella struttura chiamata Manicomio! E ho capito che è fondamentale guardare al passato per capire il presente e motivare il futuro. C’erano tracce del vissuto dei pazienti ovunque io guardassi e tante cose violentemente incomprensibili e inaccettabili.

Foto da un manicomio, per non dimenticare -B
“Ex OPIS”, 2000. Foto di Loredana Moretti, per gentile concessione

Id’E- Osservando le tue foto, sono rimasta colpita dagli ambienti, dagli arredi e le cose. Le tracce lasciate sul muro da probabili calendari o fotografie appiccicati con il nastro adesivo. E ho immaginato la spersonalizzazione delle persone, la mancanza di privacy.

L.M.- Tutto quello che attiene all’intimità era completamente assente.  Lavandini, water, vasche, docce…tutti in fila uno accanto all’altro! Proviamo ad immaginare cosa potesse significare? Non avere nulla di proprio, di intimo, di personale… neppure il proprio corpo, alla mercé di tutti e tutto, senza alcun confine tra la carne e il luogo di contenimento. Quando ho realizzato questo lavoro vivevano ancora lì nove uomini, aiutati dalle suore. Non avevano nessuno che potesse o volesse accoglierli. Li osservavo liberi solo di passeggiare tra i viali della struttura.

Foto da un manicomio, per non dimenticare -C
“Ex OPIS, 2000. Foto di Loredana Moretti, per gentile concessione”

Id’E- Sei soddisfatta di questo lavoro fotografico sul manicomio di Lecce? Lavoro che ha portato a delle mostre e che è stato molto apprezzato.

L.M.- Si! È stato molto apprezzato. I visitatori hanno percepito il messaggio di portare a conoscenza un vissuto scomodo, un dolore dimenticato e la volontà delle mani tese verso i malati. Ho cercato di osservare questa realtà con occhi sinceri, commossi e coraggiosi. Per tentare di comprendere la positiva forza della luce in opposizione al buio ed al vuoto che distintamente ho percepito. Ogni immagine è stata realizzata nel pieno rispetto delle persone, dei luoghi e delle cose. Non una carta, non una sedia, non una pietra, sono state spostate dalle loro posizioni originali.

Conclusioni

Loredana Moretti mi ha detto di dedicare il lavoro fotografico ex OPIS a tutti coloro che non ci sono più. A coloro che sono sopravvissuti a tanto dolore e che da qualche parte ora sono “normalmente” in contatto con il proprio disagio. Io dedico le fotografie di Loredana, nitide ed evocative testimonianze della miseria e della desolazione della vita manicomiale, a coloro che in manicomio non andranno mai!

“Ma anche quando non sussiste più nulla di un antico passato, … l’odore ed il sapore restano ancora per molto tempo, come delle anime a ricordare, ad attendere a sperare sulle rovine di tutto il resto, a portare … l’immenso edificio della memoria.” (Marcel Proust)

Immacolata d’Errico

Bibliografia

  1. Santi G. – Tornare a vivere. Petruzzi Editore. 2000
  2. Schinaia C. – Il presepio dei folli, Scene da un manicomio. Alpes

Sitografia

Invito alla mostra fotografica

Mostra fotografica di Loredana Moretti
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