Periodico dell’ EDA Italia Onlus, Associazione Italiana sulla Depressione

Hikikomori e la depressione giovanile

Hikikomori: una depressione giovanile che cambia volto? È una psicopatologia emergente o un fenomeno culturale? Ragazzi che si isolano nella loro stanza e "giocano" al pc senza sosta, interrompendo ogni relazione sociale.

Nuove forme di malessere giovanile

Ragazzi che chiudono il mondo fuori, sostituendo la vita reale con quella virtuale. Giovani ai margini della vita sociale. Gioventù ritirata in un mondo ovattato, circondati di gadget elettronici, unica via di comunicazione con l’esterno. Eterni Peter Pan, “bamboccioni” che bighellonano senza meta. Sono forme di malessere inedite? O una depressione che cambia volto? Si tratta di quadri psicopatologici emergenti o fenomeni culturali, caratteristici di quest’era post-moderna?

La società post-moderna

Zygmunt Bauman ha definito la nostra società post-moderna, come una “società liquido-moderna” (Bauman, 2006), ricca di ambiguità e controsensi in cui si osserva una nuova forma di identità del sé. Essa è caratterizzata da contorni fluidi, da più sfaccettature e in cui la sostanza cede il posto alla forma.

In questa società post-moderna diventano pregnanti il tema dell’esposizione, la paura del giudizio, il bisogno di approvazione, l’ansia perenne di essere/non essere all’altezza. E ancora, la consapevolezza della propria vulnerabilità, la perdita di fonti di riferimento esterne, l’ansia cronica del vuoto, l’incubo della solitudine, si traducono nei giovani in una gamma di fenomeni quali Hikikomori, NEET, Otaku, Parasite Singles, Boomerang Generation.

Scelgo di approfondire il fenomeno degli Hikikomori in quanto questa “epidemia sociale” ha superato i limiti geografici del Giappone.

Hikikomori 1

Hikikomori

Gli hikikomori (che letteralmente significastare in disparte”, dalle parole “hiku” cioè “tirare” e “komoru” cioè “ritirarsi”), sono giovani giapponesi che si ritirano dalla società. Sono totalmente isolati nelle loro stanze, privi della voglia e anche dell’energia, di abbandonare il proprio “rassicurante” mondo/rifugio. Vivono in auto-reclusione, “inghiottiti dalla rete”, attraverso cui comunicano con l’esterno virtuale. Un’esistenza tra chat e social network che diventa prioritaria e il più delle volte sostitutiva, rispetto alla vita reale.

Nelle forme lievi i ragazzi condividono il pasto con i genitori, ma più spesso mangiano da soli nella loro stanza e urlano o agiscono con violenza ad ogni interferenza della famiglia.  Nei casi più gravi l’hikikomori non esce dalla stanza nemmeno per lavarsi e questo anche per svariati anni. In Giappone è un “problema” sociale dalla seconda metà degli anni ’80 (Zielenziger, 2008).   

Hikikomori nella cultura e nella società giapponese

La storia emblematica dell´Hikikomori è raccontata dal giornalista americano Michael Zielenziger in “Non voglio più vivere alla luce del sole” che esplora il mondo nascosto degli hikikomori facendo una analisi molto approfondita della società nipponica (Zielenziger, 2008). 

Nelle storie di molti hikikomori compaiono spesso il rifiuto dal gruppo sociale ed esperienze di bullismo, imperante in tutti i gradi della scuola giapponese. I docenti non si intromettono nelle dinamiche della classe, chi non si uniforma viene emarginato e spinto a farsi da parte. Le madri delle vittime del bullismo non solidarizzano con i propri figli, ma dicono loro: “Che cosa hai combinato a scuola per essere maltrattato?”. In questo modo è difficile per i ragazzi combattere il bullismo (Zielenziger, 2008). 

Stress da studio

Un’altra condizione che spesso è associata all’insorgenza di Hikikomori tra i giovani è lo stress da studio. La società giapponese considera il curriculum scolastico uno dei principali criteri di valutazione delle abilità individuali e dell’importanza sociale. Per questo motivo gli studenti percepiscono una pressione fortissima sin dai primi anni di studio. Gli esami sono molto difficili e gli abbandoni scolastici non vengono segnalati perché in Giappone non c’è l’obbligo di andare a scuola (Bonini, 2021).

Gli abbandoni scolastici non vengono segnalati anche perché i presidi, insieme agli insegnanti, preferiscono fingere che gli abbandoni non ci siano, in quanto questo li farebbe vergognare di non aver adempiuto al loro compito di docenti. I genitori a loro volta si vergognano della situazione e non intervengono: la rassegnazione giapponese, che nasce dal “shikata ga nai” (non c’è niente da fare) impedisce una reazione pronta. Di solito passano anni prima che i genitori chiedano un qualche supporto esterno (Zielenziger, 2008). 

Società giapponese

In Giappone esiste il “sekentei” (chiamato anche “il sistema di regole invisibili”), ovvero il modo in cui una persona è vista agli occhi della società, o anche il bisogno di salvare le apparenze. Perciò non conta quello che sei, ma quello che devi far finta di essere, per non incrinare l’uniformità della società giapponese.

A proposito di ciò una testimonianza riportata da Zielenziger, l’hikikomori Jun dice: “A me sembra che il mondo là fuori sia piuttosto duro e io non ho il fegato per affrontarlo”. Gli hikikomori rinnegano di fatto, questo sistema di pressione, obblighi e sacrificio, a cui manca la tolleranza e la compassione. Come estrema protesta e difesa si rinchiudono nella propria stanza!

Hikikomori “a macchia d’olio”

Il disgusto per un mondo esterno sempre più veloce e più competitivo, il chiudersi in un bozzolo fino a un’improbabile “guarigione” spontanea (o, più di frequente, fino all’ospedalizzazione coatta o al suicidio) si sta diffondendo rapidamente. È presente in America, in Europa, a partire dai paesi del nord (Svezia, Finlandia e Danimarca in testa) (Zielenziger, 2008). 

Infatti la tendenza all’autoreclusione con modalità Hikikomori sta colpendo anche in Italia. Molto intelligenti, creativi, ma introversi, ragazzi che senza un apparente motivo si chiudono nella loro stanza, chi per incapacità di affrontare il mondo, chi per esprimere la sua rabbia. Chi per mesi, chi per anni. Tamaki Saito, il primo psicoterapeuta a studiare quello che viene definito un disturbo (non una patologia) ha evidenziato alcuni punti di contatto tra i ragazzi giapponesi e quelli italiani.  Soprattutto per lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva che “può rendere il figlio narcisista e fragile che alla prima difficoltà si ritira” (Saito, 1998).

Hikikomori in Italia

Gli hikikomori sono figli della cultura giapponese, ma i nostri autoreclusi condividono con loro più di un aspetto, soprattutto lo scarto tra il piano di realtà e quello dell’ideale e le eccessive aspettative dei genitori. Ma mentre i ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe, i nostri scappano più spesso dall’incapacità di gestire relazioni nel gruppo e con il mondo esterno, in senso lato. Identico il risultato: si chiudono in una stanza sostituendo la vita reale con quella virtuale.  

Riflessioni

L’Hikikomori è un disagio emotivo? Una forma di depressione esistenziale?  O fenomeno culturale?

In psichiatria si incontrano spesso casi clinici non inquadrabili nelle categorie diagnostiche. In determinati contesti geografici si possono manifestare quadri legati alla cultura e alla società di quell’area. Questi disturbi, per effetto di un contagio transculturale legato ai media, possono uscire dai confini di una nazione ed essere assorbiti da altre culture, integrate, trasformate e ulteriormente amplificate e diffuse.

Il Governo Giapponese non considera l’Hikikomori una sindrome, ma una emergente volontaria tendenza all’asocialità tra i giovani giapponesi. La complessità della realtà umana, legata alla trasformazione del mondo e delle relazioni, non permette di trovare una singola causa (Aguglia, 2006) .

Ritengo più probabile ci sia un incrocio di fattori sociali, culturali, psicologici, politici ed economici. Sono fenomeni, però, che non possiamo ignorare per il rischio che evolvano verso quadri psicopatologici specifici.

Immacolata d’Errico

Bibliografia

  1. Aguglia E., Signorelli M.S., et al. Il fenomeno dell’Hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente? Giornale Italiano di Psicopatologia 2010; 16; 157-164
  2. Bauman Z. Modernità liquida. Edizioni Laterza, 2006.
  3. Saito T. Social withdrawal: a neverending adolescence. PHP Shinsho, Tokio, 1998.
  4. Zielenziger M. Non voglio più vivere alla luce del sole. Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta.  Elliot ed., Roma, 2008

Sitografia

Bonini F. La sindrome di Hikikomori. Analisi del fenomeno, focus sulla situazione attuale e traduzione di tre articoli con commento traduttologico. 2020/2021

http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/18851/852438-1243649.pdf?sequence=2

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